CATECHESI
Catechesi di Don Enrico Campino
sacerdote cattolico italiano appartenente all'Arcidiocesi di Palermo
Catechesi di Don Luigi Maria Epicoco sacerdote, teologo e scrittore
- Silenzio e tenerezza 26/11/2025
- Adorare in spirito e verità 22/11/2025
- L’Adorazione che Guarisce 20/09/2025
- L’adorazione Eucaristica 15/09/2025
- Eucarestia: autostrada per il Cielo 07/09/2025
- Cosa significa far compagnia a Gesù 05/04/2025
Catechesi di Padre Raniero Cantalamessa dell'ordine dei Frati Minori Cappuccini | cardinale, teologo e predicatore
- Adorazione e Spirito Santo 26/05/2025
- Il dovere Dell'Adorazione 15/04/2024
- Catechesi sull'Adorazione Eucaristica 12/11/2017
- L'Eucaristia fa la Chiesa 27/05/2015
- L’adorazione in spirito nella vita personale e nella liturgia 30/12/2014
Catechesi di Padre Serafino Tognetti monaco sacerdote appartenente alla “Comunità dei figli di Dio”
- ADORAZIONE o DISPERAZIONE…! 05/03/2025
- L’Adorazione Eucaristica a Gesù fa Bene a Noi 02/09/2024
- Come vivere l'ADORAZIONE EUCARISTICA in SILENZIO 11/11/2022
- COSA SIGNIFICA ADORARE 28/01/2022
- COME FARE L'ADORAZIONE EUCARISTICA 24/10/2024
Catechesi di Fra Stefano Maria Bordignon | frate dell'Ordine dei Servi di Maria
- Adorazione Eucaristica + Agnus Dei + Musica per la Meditazione 27/01/2025
- Adorazione Eucaristica per invocare l'aiuto di Dio 07/08/2023
- LA VERA presenza di Gesù nell' EUCARESTIA14/07/2023
- Le più belle preghiere per l'Adorazione Eucaristica 21/01/2021
- Adorazione Eucaristica Con Benedizione 🌹 Adoremus In Aeternum19/09/2022
Catechesi di Don Gianni Mezzasalma rettore del Seminario vescovile, parroco della parrocchia “S. Isidoro Agricola” in Ragusa, nonché referente della Diocesi di Ragusa presso il Seminario interdiocesano “Regina Apostolorum” di Catania e membro del Consiglio presbiterale
- catechesi adoratori 15/04/2018
- insegnamento di Don Gianni Mezzasalma 05/03/2016
- insegnamento di Don Gianni Mezzasalma 26 ottobre 2014
- Fr Gianni MEZZASALMA 15th International 30/07/2012
TESTIMONIANZE
MISSIONE EUCARISTICA
testimonianza di Rosetta e Maria Rosa
Chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù
30/05/2026
MISSIONE EUCARISTICA | testimonianza sulla adorazione eucaristica di Rosetta e Maria Rosa adoratrici della Cappellina SS. Salvatore durante la Messa presieduta da fratel Bernardo
Chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù (Catania) 30/05/2026
Testimonianza di conversione
Canicattì [Ag] 17/05/2026
sono qui per offrirvi la mia testimonianza perché spero con tutto il cuore che possa aiutarvi ad aprirvi all'Unica vera fonte dell'Amore e della Salvezza, Gesù"
Canicattì [Ag] 17/05/2026
Testimonianze degli adoratori durante il
10° Convegno Regionale degli Adoratori delle Cappelle dell'Adorazione Eucaristica di Sicilia
Chiesa Santa Chiara
Canicattì 26/04/2026
Testimonianze degli adoratori durante il
9°CONVEGNO REGIONALE ADORATORI DELLE CAPPELLE DI ADORAZIONE EUCARISTICA IN SICILIA
Basilica Santuario di Maria SS, del Tindari
Tindari [ME] 02/06/2025
Testimonianze degli adoratori durante il
8°Convegno Regionale degli adoratori delle Cappelle dell'Adorazione Eucaristica di Sicilia
Basilica Santuario Madonna delle lacrime Siracusa14/04/2024
Testimonianze degli adoratori durante il
7° Convegno Regionale degli adoratori delle Cappelle dell'Adorazione Eucaristica di Sicilia
Basilica Santuario Madonna delle lacrime Siracusa [SR] 23/04/2023
Testimonianze degli adoratori durante il
5° Convegno regionale degli adoratori delle cappelle dell’Adorazione eucaristica perpetua della Sicilia
Palacongressi del Villaggio Mosè
Agrigento 15/04/2018
Testimonianze scritte dagli adoratori
Le testimonianze degli adoratori descrivono l'Adorazione Eucaristica come un'esperienza di guarigione interiore e pace profonda. Chi pratica l'adorazione riferisce di trovare sollievo nei momenti di difficoltà, un senso di calma nel silenzio e una forza rinnovata per affrontare la vita quotidiana
- Testimonianza di Gaetano
Cercavamo il paradiso, l'amore, cercavamo la gioia... ebbene! l'abbiamo trovato nella presenza di Gesù Pane di Vita, il "Tutto" perché in Lui tutto sussiste..
Voglio dare gloria a Dio, per il Suo Unigenito Figlio e Signore nostro Gesù Cristo e allo Spirito Santo.
Da un anno faccio l'esperienza dell'Adorazione Eucaristica Perpetua nel mio paese... da subito ho cercato di coprire le ore della notte dove ancora erano buche o c'erano degli adoratori provvisori... poi per qualche mese ho coperto dalle 23:00 alle 24:00 del giovedì sera.
Il Signore voleva che io facessi un'ulteriore salto nella notte, dove tutto tace, anche il cuore tace, un cuore che ha bisogno di una voce amica, paterna, fraterna, dell'Amico che non tradisce mai...
Così iniziai a coprire il turno del giovedì mattina dalle 3:30 alle 5:00; da li insieme a mia moglie abbiamo compreso, la bellezza e la santità di Dio in Gesù: Corpo, Anima e Divinità, Pane Eucaristico, Pane disceso dal cielo, Pane d'Amore, Pane degli Angeli...
Cercavamo il paradiso, l'amore, cercavamo la gioia... ebbene!
l'abbiamo trovato nella presenza di Gesù Pane di Vita, il "Tutto" perché in Lui tutto sussiste...
Allora, come non prostrarsi davanti alla Sua gloria?
perché ogni ginocchi si piegherà oggi e sempre davanti alla Sua Maestà. e ogni lingua professerà che Gesù è il Signore, oggi e in eterno! Amen!
Gaetano
- Testimonianza di Agnese
Quando quella notte i miei figli uscirono per andare all'Adorazione io rimasi a pregare dicendo: "Ecco mio Gesù io li ho mandati da Te, ora, pensaci Tu!"
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente...
grazie Signore perché Tu solo ci ricolmi di gioia, attraverso quello che hai donato, la natura, il solo, i fratelli, i figli...
Il 15 gennaio 2016, ha inizio l'Adorazione Eucaristica Perpetua. Io mi sono impegnata a coprire un'ora alla settimana stabile, il nostro parroco Don Giuseppe esortava i fedeli ad impegnarsi per un'ora alla settimana perché c'erano ancora delle ore buche. così chiesi giorno 16 ai miei figli: Sergio e Federica, solo per quella settimana di coprire un'ora del mercoledì mattina del giorno 17.
L'ora sarebbe stata dalle 2:00 alle 3:00 del mattino.
L'oro rispondono subito di si, specificandomi che sarebbe stato solo per quella volta. ma il mio cuore è pieno di gioia, perché voglio comunicarlo e testimoniarlo a tutti coloro che leggono. non è forse un miracolo tutto questo?
Signore Tu hai fatto molto di più...
Quando quella notte i miei figli uscirono per andare all'Adorazione io rimasi a pregare dicendo: "Ecco mio Gesù io li ho mandati da Te, ora, pensaci Tu!"
Quando tornarono chiesi loro: Allora, come è andata?
Mamma, risposero è stato bellissimo, noi vogliamo continuare!
Così si sono inseriti nella stesso giorno e nella stessa ora.
Grazie mio Dio. Io ero già felice, ma Tu mi hai reso ancor più felice colmandomi di gioia e amore...
Agnese
- Testimonianza di Letizia e Davide
Il miracolo più grande, più evidente è stata la nascita del nostro bambino, dimostrazione inequivocabile della onnipotenza di Dio: quando tutti i medici ci dicevano di non avere speranze di concepimento, quando l’equipe di un tribunale ci etichetta come “non idonei” ad occuparsi di un bambino, quando persino i nostri confessori ci dicevano: “rassegatevi” ecco che Dio, a dispetto di tutti, ci dona il bene più prezioso: la vita e lo concede ad una mamma avanti negli anni, ad un papà umiliato e reietto, una coppia sicuramente non perfetta.
COME E’ CAMBIATA LA NOSTRA VITA GRAZIE ALL’INCONTRO CON GESÙ SACRAMENTATO
Quando io e mio marito abbiamo cominciato a frequentare la cappella per l’adorazione perpetua non era certo per noi un buon periodo. Era il mese di aprile 2016 e mia mamma sia era ammalata. Da molto tempo cercavamo di curarla in casa, ma siamo stati costretti al ricovero in ospedale.
Scoprimmo la cappella per puro caso, grazie ad indicazioni di amici e prendemmo l’abitudine di recarci quasi ogni sera, dopo l’uscita dall’ospedale. Spesso non avevamo la forza di elevare a Dio la nostra preghiera, ma rimanevamo attoniti davanti alla teca del Santissimo in una attesa sospesa con cuore e mente come svuotati. Presto, però ci accorgemmo che quei pochi momenti passati in contemplazione, bastavano a ridarci carica ed energia, bastavano a riequilibrare il giorno vissuto nella sofferenza e nell’angoscia della malattia. Le nostre visite al Santissimo ci donavano, inconsapevolmente, una grande pace interiore e, a poco a poco sentimmo sempre più forte il bisogno di avvicinarci alla preghiera ad alla contemplazione. Divenne un impegno: mio marito chiese un turno di adorazione ed io lo accompagno volentieri.
Tuttavia le vicende personali non dipingevano un quadro roseo ed uno scenario di gioia e letizia: non c’era solo la malattia di mia mamma che assorbiva molte delle nostre energie, ma anche la perdita del lavoro di mio marito, grosso rospo da mandare giù non solo per il momento infausto, ma anche perché questo licenziamento è avvenuto senza motivazione, senza appello ed all’improvviso, dopo più di ventidue anni di servizio senza demerito (non dirò di che Ente si tratta, per evitare a chi legge di pensare che gli aguzzini si celano sotto spoglie di facciata).
Abbiamo provato e sperimentato la precarietà dei rapporti umani e delle amicizie precarie che si dissolvono per incomprensibili ragioni. Al licenziamento di mio marito sono conseguite il dileguarsi di molte persone, tutti preoccupati di non esporsi troppo, tutti molto felici di salire sempre sul carro del vincitore. Tra questi due compagni accomunati da amicizia pluridecennale. Subire il trauma dell’abbandono non è certo esperienza lieve, soprattutto per chi crede nei valori che nulla hanno a che vedere con l’interesse e gli intrighi di palazzo.
Altra questione molto delicata fu la nostra richiesta di adozione presso il Tribunale dei Minori, richiesta che è stata, dopo quattro lunghissimi anni carichi di lacrime e sangue, rigettata con la dicitura: “non idonei ad accudire un bambino/minore”, sentenza avvalorata da un cumulo infinito di falsità.
Non ultimo ci fu il concorso (io sono un insegnante) che non ho superato per un puro cavillo burocratico, una questione di lana caprina.
In breve tutte le cose che si erano abbattute nella nostra vita ci portavano ad uno stato di aberrante impotenza, un senso di frustrazione. Tutto veniva vissuto come un fallimento personale, la vita era sentita come un labirinto senza via d’uscita. Eppure, anche a fatica, anche con qualche inciampo, abbiamo continuato a mantenere fede al nostro impegno di preghiera e le visite periodiche al Santissimo.
Dalla prima visita alla cappella dell’Adorazione Perenne ed in poco più di un anno, i cocci della nostra vita si sono ricomposti come in un puzze e, contemporaneamente, tutte le negatività che ci opprimevano, si sono dissolte come nebbia, ma come in tutti i puzzle, il quadro della situazione ci è stato chiaro solo quando la visione è stata d’insieme e non parziale. Solo allora ci siamo resi conto che il Signore, l’Onnipotente aveva aperto strade dove non c’era neppure un sentiero, aveva trovato soluzioni da noi neppure preventivabili. A noi è bastato solo fare un atto di fede, di fiducia, di affidamento al Signore e Lui ha operato in noi compiendo grandi meraviglie. Dio non ci ha concesso quello che noi abbiamo chiesto, ma ciò di cui avevamo bisogno.
Il miracolo più grande, più evidente è stata la nascita del nostro bambino, dimostrazione inequivocabile della onnipotenza di Dio: quando tutti i medici ci dicevano di non avere speranze di concepimento, quando l’equipe di un tribunale ci etichetta come “non idonei” ad occuparsi di un bambino, quando persino i nostri confessori ci dicevano: “rassegatevi” ecco che Dio, a dispetto di tutti, ci dona il bene più prezioso: la vita e lo concede ad una mamma avanti negli anni, ad un papà umiliato e reietto, una coppia sicuramente non perfetta.
Qualcuno disse:” per chi non crede ogni miracolo è piccola cosa, per chi crede ogni piccola cosa è miracolo!”. Che il nostro bimbo sia un dono dal cielo è fuori di dubbio e Dio concede solo regali ineguagliabili, singole meraviglie di perfezione, ma se ciò non fosse sufficiente, abbiamo avuto molto altro in dono.
Per molto tempo ci siamo abbarbicati alle esperienze negative, alle cattiverie subite, ai torti ed alle angherie e solo con molto, troppo ritardo ci siamo accorti che Dio non le aveva ne tolte ne compensate, ma solo sostituite: la morte di mia mamma ha lasciato un grande vuoto, ma non siamo rimasti soli, a mio marito è stato tolto un lavoro umiliante e stentato, ma ne ha ottenuto uno autonomo e appagante, il mio concorso si è risolto positivamente.
Onestamente non credo che Dio abbia guardato alla nostra fede spesso fallace, alla nostra preghiera spesso inefficace, alle nostre azioni roride di peccato, ma abbia contato le nostre lacrime nessuna delle quali è arrivata a terra perché una mano gentile, quella della Madonna Immacolata, le ha raccolte.
Letizia e Davide
- Testimonianza di un adoratore
Carissimi pellegrini sono bellissime le testimonianze che avete scritto, perché ci fanno capire che siamo parte del piano di Dio e che il nostro piccolo gli serve a fari grandi cose in noi e per i fratelli attorno a noi...
Carissimi pellegrini sono bellissime le testimonianze che avete scritto, perché ci fanno capire che siamo parte del piano di Dio e che il nostro piccolo gli serve a fari grandi cose in noi e per i fratelli attorno a noi. Benedico il Signore di aver condiviso con voi questo pellegrinaggio che nella preparazione è stato un po' più tribolato ma che ci ha riservato tanta gioia e tanta speranza, e la certezza di essere amati da Dio è di essere una grande famiglia eucaristica... Grazie a tutti.
Testimonianza di un adoratore
Testimonianza di Tony Vecchio
Ho percepito la presenza viva del nostro Signore Gesù, che attraverso lo Spirito Santo era palpabile la sua presenza nei nostri cuori...
Cari fratelli e sorelle desidero fare testimonianza della bellissima esperienza al 5' Convegno Regionale degli Adoratori. É la mia quinta partecipazione al Convegno e riprovo sempre la stessa emozionante sensazione, che arricchisce sempre di più il mio cammino di fede.
Ho trascorso insieme ai fratelli partecipanti, una giornata bellissima e una sensazione indescrivibile, condividendo attraverso la preghiera, le testimonianze, la catechesi e la celebrazione eucaristica momenti felicità e di gioia. Ho percepito la presenza viva del nostro Signore Gesù, che attraverso lo Spirito Santo era palpabile la sua presenza nei nostri cuori.
É sempre bello ricaricarsi di nuova energia che ci aiuta, per primi a noi stessi e anche per il bene che possiamo fare agli altri che ci stanno accanto, diffondendo in loro la gioia che Lui ci ha Donato.
Grazie Gesù!
Tony Vecchio
- I° Anniversario dell'Adorazione Eucaristica Perpetua 16/01/2018
"Ti rendiamo grazie per tanta tenerezza, dal Tuo cuor trafitto doni l'acqua viva. Ti benediciamo per tante meraviglie, Tu doni lo Spirito, Tu doni la vita"!
"Ti rendiamo grazie per tanta tenerezza, dal Tuo cuor trafitto doni l'acqua viva. Ti benediciamo per tante meraviglie, Tu doni lo Spirito, Tu doni la vita"!Signore Gesù con le parole di questo antico canto, desidero ringraziarti e benedirti per la grande tenerezza con la quale sempre ci accogli in questo luogo benedetto dalla Tua dolce presenza.Desidero lodarti per le tante meraviglie che in questo primo anno di adorazione eucaristica perpetua hai operato nella mia vita e nella vita di tanti fratelli e sorelle che vengono in questo luogo per adorarti.Ti prego, Signore, di darci il dono della perseveranza e di rispondere sempre alla Tua divina chiamata e stare con Te in questo luogo santo.Aumenta il numero degli adoratori, affinché giorno e notte il Tuo Santissimo Nome e la Tua divina Presenza nell'Eucaristia sia sempre adorata, lodate e amata.Ti prego, Signore Gesù, di benedire sempre questo paese Casteltermini, dove Tu mi hai inviato come tuo ministro. Dona a tutti la gioia, la pace, la salute e la serenità.Benedici i bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani e ammalati, i confratelli sacerdoti e diaconi.Allontana da noi ogni pericolo e ogni male. Amen!
Don Giuseppe Alotto
- Testimonianza di Federica Lavinaro
"Io non avevo mai capito il significato dell'adorazione ma quel giorno sentii Gesù dentro il mio cuore".
Testimonianza di Federica Mi chiamo Federica, voglio dare testimonianza delle meraviglie che il Signore compie nella mia vita.
Io non avevo mai capito il significato dell'adorazione ma quel giorno sentii Gesù dentro il mio cuore.
Era l'ora di cena quando mamma ci chiese a me e mio fratello, s saremmo stati disposti a coprire un'ora d'adorazione dalle 2 alle 3 del mattino. La nostra risposta fu si ma alla condizione che sarebbe stato solo per quella notte. Così io, mio fratello e il mio ragazzo ci recammo alla chiesetta di Gesù e Maria.
È indescrivibile quello che provai, da quel momento pace e serenità ci appartengono. Quella che sarebbe stata un’ora di cortesia si trasformò in qualcosa di più grande e unico.
“mamma è stato bellissimo”, noi vogliamo continuare ad adorarlo! Questo fu quello che dissi quando ritornai a casa.
Adesso ogni nostra quotidianità Gesù è sempre insieme a noi. Anche il nostro pregare è cambiato, adorarlo nella cappella di Gesù e Maria ci fa crescere e ci fa diffondere la Sua Parola in modo così semplice e naturale.
Nel momento dell’adorazione io e il mio ragazzo chiediamo a Gesù il perché delle guerre, di tanta violenza nel mondo. Ma adesso ogni cosa è più chiara e pregare per gli altri affinché cessi dolore e tristezza, è semplice e meraviglioso.
Adesso anche perdonare non è così difficile con il Suo aiuto, abbiamo anche rivolto il nostro sguardo agli ammalati, cercando di essere presenti nei loro bisogni o semplicemente dicendo noi ci siamo!
Voglio concludere ringraziando Gesù, sei entrato nel nostro cuore, ci aiuti e ci sostieni, noi soprattutto grazie per essere presente nelle nostre case affinché prevalga l’amore e la serenità. Grazie!
Federica Lavinaro
Ivan Calderone
- Testimonianza di Giovanna
Ho scoperto l’Adorazione Eucaristica Perpetua in parrocchia e da quel momento un’ora di adorazione alla settimana, mi trovo con Gesù, nella notte dalle 2:00 alle 3:00”.
“Mi chiamo Giovanna, sono medico e lavoro vin ospedale, in pronto soccorso, spesso sono impegnata nella dura lotta per la sopravvivenza, di chi è tra la vita e la morte. Ho spesso tra i miei pazienti, gente incidentata, ma anche mamme che giungono di corsa coi loro figli. Sono anch’io mamma di tre maschietti ed il mio cuore materno sussulta spesso, quando vedo i giovani, portati in barella insanguinati, per gli incidenti con la moto … la vita per me aveva tanti interrogativi, Dio era antagonista con cui lottavo tanto … ma un giorno mi sono arresa a Lui, ho scoperto l’Adorazione Eucaristica Perpetua in parrocchia e da quel momento un’ora di adorazione alla settimana, mi trovo con Gesù, nella notte dalle 2 alle 3”.
Giovanna
- Da calvinista a prete della Chiesa Cattolica
La testimonianza, della conversione da protestante Calvinista a prete, di Don Emanuele Massimo Musso, è stata inserita al fine di dare maggiore conoscenza di questa conversione e perché può essere utile ai fratelli sia cattolici sia protestanti
1 PROTESTANTE E CALVINISTA CONVINTO
Io non sono nato protestante: entrai nella chiesa Calvinista nei primissimi anni di vita, allorché i miei genitori passarono dal cattolicesimo al protestantesimo, credo, a causa della loro non approfondita e poca salda conoscenza della fede cattolica. Sono cresciuto e sono stato educato, mio malgrado, nel protestantesimo che si rifà a Calvino. Grazie a Dio, però, i miei genitori fecero in tempo, prima di lasciare la fede in cui erano nati, a battezzarmi, bambino appena di due mesi, nella chiesa parrocchiale di Santa Teresa in Ribera, il 12 settembre 1971. Poi ho saputo in questo giorno, la chiesa cattolica celebra la festa del nome di Maria, ed ho capito che sin d'allora Maria mi ha seguito con cuore materno nell'itinerario di ritorno nell'unica Chiesa di Gesù Cristo. Ai miei genitori devo tantissimo e sono, perciò, loro grato per la solida educazione religiosa che mi hanno impartito: in casa era ed è un continuo ascolto della Parola di Dio, letture della Bibbia sia comunitaria sia individuale, preghiere innalzate a Dio in quasi tutti i momenti della giornata; mio padre, in particolare, mi educava a concepire la natura com'espressione diretta della presenza e del potere di Dio. Sino a dieci anni frequentai le riunioni dei bambini: ci si facevano conoscere i fatti biblici usando didatticamente immagini e disegni (anche se contro la proibizione mosaica di farsi delle immagini, cavallo di battaglia contro i cattolici). Poi frequentai assiduamente le riunioni riservate ai giovani: lettura di tutta la Bibbia individuale in casa, spiegazione d'alcuni passi nelle dette riunioni da parte del pastore. Molta importanza era data, forse più che alla Bibbia, alla lettura d'opuscoli d'interpretazione della medesima in chiave anticattolica. Eppure, ero un protestante convinto; a tal punto da scambiare ed identificare l'amore di Cristo con l'amore e l'adesione al protestantesimo.
2 DESIDERAVO SOLO STUDIARE E APPROFONDIRE
Nonostante tutto, in me cresceva sempre più l'amore per Dio e il desiderio di conoscerlo sempre più, nonché la volontà di comportarmi come a Lui piaceva: la qualcosa mi spingeva a studiare e approfondire. Cresceva in me l'amore per Cristo, soprattutto a causa del suo annichilimento. Meditavo spesso le parole dell'apostolo Paolo ai Filippesi: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù il quale, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce" (2, 5 - 8). Storicamente il protestantesimo ha le sue radici nel principio luterano del libero esame delle scritture: tutto è nelle scritture, ognuno legge e capisce senza la mediazione della Chiesa. Nella logica di un tale principio, un vero protestante dovrebbe essere tollerante verso tutte interpretazioni, tutte le Chiese e tutte le posizioni d'ogni singolo membro di loro. Purtroppo, e n'ero perfettamente persuaso, che amare Cristo equivaleva senz'altro ad entrare nella Chiesa protestante - Calvinista. Perciò divenni non solo anticattolico, ma anche ostile a tutte le altre Chiese ed espressioni protestanti. Ciononostante, devo anche affermare che ci sono pure dei miei ex fratelli di fede calvinista molto disponibili al dialogo, molto ben disposti verso i cattolici e i protestanti di fede differente.
3 RIFLETTENDO E PREGANDO SCOPERSI L'INCONSISTENZA SUL PIANO BIBBLICO E RAZIONALE DELLA TEOLOGIA CALVINISTA
Non appena raggiunsi la maggiore età, riflettendo e pregando, incominciai a scoprire che quel castello di carta, che mi ero costruito, si andava incrinando: ne costata vo l'inconsistenza sia sul piano biblico sia razionale. Non mi convinceva più, tra l'altro, la famosissima dottrina della predestinazione: Dio, che crea gli uomini, pre-destina quelli che devono salvarsi e quelli che devono dannarsi. Eppure Dio nella Bibbia si rivela come Amore, Bontà, Misericordia: "vuole tutti salvi", scrive l'apostolo Paolo. Non mi convinceva più, quella che è l'essenza della teologia luterana: la salvezza dell'uomo si attua con la sola Fede; mentre la giustificazione è ridotta ad una finzione; nonostante il battesimo, i peccati rimangono nell'uomo, ma Dio non li vede perché restano coperti dalla santità e della giustizia di Cristo. Eppure San Paolo afferma che dall'acqua del battesimo "esce l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità". (Ef 4, 24). Scoprivo ancora che la sola fede conduceva la maggior parte dei fratelli protestanti a non preoccuparsi minimamente di ciò che facevano, delle loro opere. Ma Gesù ammonisce: non chi dice Signore! Signore! Entrerà nel regno dei cieli, ma chi farà la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt.); ed ancora ci fa sapere che "il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre…e allora renderà a ciascuno secondo le sue opere" (Mt. 16, 27). Non è dunque la sola fede che salva! Trovandomi in difficoltà, cercavo di dialogare con il pastore; ma egli cercava più di eludere che risolvere i miei problemi. E quando insistevo, non faceva altro che ripetere i soliti testi biblici, come ad esempio: "Il giusto vive di fede", senza approfondirli e confrontarli con altri. D'altronde la lettura della Bibbia era frammentaria, parziale e tendenziosa: sconosciuti e mai spiegati erano, ad esempio, i testi biblici riguardanti Maria. Così come la storia della Chiesa, in qualche testo che mi era dato da leggere, si riduceva alla Riforma Luterana e a spunti polemici anticattolici esumarti da certi fatti storici. Insomma, la Chiesa calvinista e tutto il protestantesimo non hanno memoria storica dei due mila anni di cristianesimo come le ha la Chiesa cattolica. Evidentemente, con una tale problematica che non nascondevo, i rapporti con la comunità e con il pastore non erano più idilliaci; ma giunsero ad una spaccatura completa quando incominciai a riflettere sui seguenti punti cruciali della fede di discepolo di Gesù:
a) Il ministero di Pietro e, quindi, del Papa, come suo successore, nella guida della Chiesa: i protestanti lo negano; ma io notavo, in realtà, come ci fosse bisogno di una guida visibile ed unitaria per l'unità della fede e della morale: senza di essa, la storia lo dimostra, la Chiesa e il suo Credo si scindono all'infinito. Avviene così che chi scalza l'autorità del papa finisce per attribuire a se stesso le sue prerogative: ad incominciare da Lutero che fu durissimo contro coloro che interpretavano la Bibbia in un modo diverso da lui, tanto da essere chiamato dai suoi stessi discepoli "il papa di wittemberg"; ed anche ogni pastore o anziano d'ogni piccola assemblea, come quella che ho lasciato, si arroga il diritto esclusivo d'interpretare la Bibbia e d'imporre la sua interpretazione ai membri della comunità che presiede, pena la scomunica; dico: la scomunica!
b) Il ruolo di Maria in rapporto al mistero della salvezza veniva sottovalutato: di Lei non si parlava mai, neppure sporadicamente; solo in qualche omelia si accennava a lei, ma in forma polemica e anticattolica.Ciò mi lasciava molto insoddisfatto, poiché sia i profeti sia gli evangelisti, costatavo, Le attribuiscono un ruolo preciso, eminente e determinante.
c) La santa Eucaristia, poi, mi veniva presentata come simbolo e ricordo; la qualcosa non mi convinceva, leggendo senza pregiudizi i testi evangelici e le lettere degli apostoli. Insomma, ormai mi erano chiare la frammentarietà e la parzialità della teologia protestante. Di conseguenza, mi sentivo arido, vuoto, insoddisfatto, con un pugno di mosche nelle mani, e niente più. Costatavo inoltre che tale aridità teologica non stimolava affatto l'amore fraterno che è essenziale nel nostro essere cristiani.
Incominciavo a capire che era ormai tempo di prendere una decisione, e molto grave.
4 DOPO LA CRISI, LA ROTTURA: AVEVO SCOPERTO UN VOLTO DI DIO TUTTO NUOVO.
A questo punto, decisi di ritirarmi dall'assemblea per ricercare in altre confessioni cristiane la verità e la pace anteriore che solo Dio può dare. Incominciai ad essere più tollerante verso di esse più di quando lo fossi stato prima, a causa della formazione settaria che avevo ricevuto per quasi venti anni. Esposi al pastore responsabile dell'assemblea le ragioni che m'inducevano ad abbandonare la sua assemblea e il calvinismo; ma egli mi tratto duramente, non sospettando forse il travaglio interiore che mi costringeva a tale scelta.
Ciò fatto, non frequentai più la suddetta assemblea, né iniziai a frequentarne delle altre pur presenti nel mio paese: quella pentecostale o l'altra cosiddetta dei Fratelli, tanto meno quella dei testimoni di Geova. Però pregavo intensamente affinché mi guidasse con la sua grazia. Insomma, il mio cammino di fede era giunto ad un punto morto: avevo demolito e abbattuto quell'insieme di dottrine protestanti tanto povere e disarmoniche, ma non spuntava ancora quella costruita sulla roccia. Intanto, lo dico con pena ma con molta serenità ora che sono nella Chiesa cattolica, fui scomunicato e abbandonato a Satana; sì, scomunicato e abbandonato a Satana. Con quale diritto e quale potere abbiano fatto questo, non lo so; chi abbia conferito questo diritto e questo potere a questa gente, non lo so neppure. So invece che tra i protestanti ognuno acchiappa la Bibbia, ne fa quel che vuole, fa dire a di essa ciò che vuole, e in nome di essa getta scomuniche a destra e a sinistra. Allorché o capito questo, ho incominciato ad aver paura del mio protestantesimo: provavo la terribile sensazione di chi, nel deserto, si trova a viaggiare sulle sabbie mobili.
Ma siano rese grazie al Signore il quale, per mezzo dell'apostolo Paolo, mi consolava con queste parole: "non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza custodirà i vostri cuori ed i vostri pensieri in Cristo Gesù" (Fl. 4, 6 - 7). E così ho fatto. Egli, allora, mi ha introdotto non in una casa, ma in una magnifica e splendida Cattedrale, poiché e tale la verità e la teologia cattolica con la sua armoniosa bellezza, fondata per altro sulla solida roccia della Parola di Dio e della Tradizione apostolica. E come? L'esperienza determinante che mi ha indotto a lasciare il calvinismo e ad orientarmi, quasi senza capirlo, verso la Chiesa cattolica è stata l'incontro con una Persona o, per meglio dire sono stato buttato dinanzi ad una Presenza. Una presenza da me non cercata. E mi spiego. Dio: è un nome che compare contemporaneamente con i mie ricordi e che fin di allora cercavo ardentemente di conoscere. Mi domandavo: com'è il suo volto? La risposta di stampo calvinista che ricevevo era: è l'Altissimo, l'Eterno, il Dio giusto, severo, imperscrutabile, che predestina alla salvezza solamente quelli che Lui vuole.
Quest'idea di Dio che dall'alto stava a guardare quello che facevo, pronto anche a punirmi nel caso in cui avessi sbagliato, mi accompagnò per tutta la fanciullezza, l'adolescenza e oltre. Poi varie letture, fra cui il vangelo lucano dell'infanzia di Gesù, le lettere di San Paolo, la prima lettera di San Giovanni, le pagine di Sant' Anselmo d'Aosta e di San Tommaso d'Aquino mi fecero riflettere molto su un volto di Dio del tutto nuovo, totalmente diverso di quello di Calvino.
5 UN AMICO, UN LIBRO E UN PRETE… PREZIOSI DONI DI MARIA.
La fase ricostruttiva della mia fede e della mia vita ha avuto inizio in una data precisa: il 17 settembre 1971. quel giorno, un mio carissimo amico, Lillo Milano, al quale devo eterna riconoscenza, ispirato certamente da Maria, della quale era filialmente devoto, vedendomi in tale stato di crisi, mi regalò un libro: perché cattolici, il cui sottotitolo è: le ragioni della nostra fedeltà alla Chiesa cattolica. L'autore è il direttore di questa rivista, don Gerlando Lentini. Quest'amico, qualche anno fa, è ritornato a Dio felicemente e serenamente, ancora tanto giovane. Ebbene, la lettura di questo libro, dallo stile chiaro, semplice, scorrevole, in un primo tempo mi sconvolse: scardinava, infatti, non solo i principi teologici protestanti ai quali nonostante tutto ero profondamente legato, ma anche l'imposizione della mia vita spirituale che ne era la conseguenza. Perciò provai una grande avversione verso questo volumetto di sole 128 pagine. Poi, invece, rileggendolo e meditandoci sopra, cercando inutilmente di controbatterlo con tutte le argomentazioni che in tanti anni avevo appreso contro la verità cattolica, compresi, con stupore, che questo piccolo libro aveva ragione: 128 pagine appena avevano messo a tacere centinaia e centinaia di pagine di libri di apologetica e teologia protestante che, in un passato non tanto remoto, avevo letto e studiato. Ma il mio passaggio alla verità della Chiesa cattolica non è stato niente per nulla sereno, indolore e senza traumi. Il mio orgoglio non voleva arrendersi, nonostante l'evidenza. Perciò mi sforzavo di persuadermi che non era vero ciò avevo letto e ben compreso, che le cose non potevano stare così, che non potevo essermi ingannato sino a tal punto: era vero che alcune dottrine protestanti non mi convincevano, ma erano solo alcune; e poi non avevo nessuna intenzione di sostituirle con quelle cattoliche.
E tutta via continuai a meditare angosciosamente e turbinosamente, per circa una settimana, ciò che avevo letto e riletto. Alla fine mi convinsi che la via migliore da seguire era quella di parlare con l'autore del detto libro; e fu il medesimo amico, Lillo Milano, che me lo aveva dato, a condurmi in casa di don Gerlando Lentini la sera del 25 settembre dello stesso anno.
6 DINANZI AL TABERNACOLO, SCONVOLTO DALLA PRESENZA DI CRISTO -EUCARESTIA, HO DECISO DI ENTRARE NELLA CHIESA CATTOLICA
Ero emozionato e turbato; ma già quel primo incontro suscitò in me una pace e una gioia mai esperimentate: incominciavo ad assaporare l'armonia dottrinale della Chiesa cattolica. In tutti gli incontri, pertanto ci fu un dialogo sereno, per nessuno, calmo, senza forzature, senza condanne per nessuno: don Lentini mi ha aiutato ad accogliere come grazia di Dio perfino il mio ingresso nel protestantesimo, senza del quale sarei forse potuto essere un cattolico freddo ed apatico, come tanti; mentre il ritorno alla Chiesa cattolica, non poteva non essere che entusiasta e convinto. "Niente di mio - spesso egli mi ripeteva - ho da dirti e da trasmetterti, bensì ciò che Dio ha rivelato e la Chiesa, che ci propone a credere".
Eppure un tale cammino di catechesi, pur così ricche e consolanti, non mi bastava, e glielo dissi. Allora don Lentini, il quale attendeva certo questo momento di insoddisfazione, saggiamente, mi condusse in una chiesa cattolica, quella delle serve dei Poveri del beato Giacomo Cusmano. Per la prima volta vedevo una chiesa cattolica, poiché mi avevano inculcato di mai entrarvi. Mi diceva il carissimo prete: "la grazia della conversione non può essere né opera di Lillo Milano, né mia, né frutto della tua volontà: è opera di Gesù, e quindi di preghiera con Maria perché operi in te lo Spirito Santo". In quella chiesa ritornai più volte: e lì pregavo a lungo attratto da Gesù presente nel Mistero Eucaristico racchiuso nel Tabernacolo, che ha incominciato ad esercitare in me un fascino tanto, tanto forte. E mentr'ero dinanzi a Gesù avvertivo la presenza di Maria, ma anche di San Giuseppe e del Beato Giacomo Cusmano, fondatore dei Servi e delle Serve dei Poveri: del quale lessi la biografia, scritta dallo stesso don Lentini, che incominciò a farmi capire cos'è il sacerdote cattolico. Ebbene, in questa chiesa di San Giuseppe io maturai la decisione di entrare felice nella Chiesa cattolica: in essa ho riconosciuto l'unica e vera chiesa di Gesù Cristo e nel Papa, successore di Pietro, "il principio visibile dell'unità" della medesima Chiesa pellegrinante nel mondo. E finalmente ho detto il mio sì alla grazia di Dio, con il cuore pieno di amore e di riconoscenza verso Maria, Madre di Gesù e nostra.
7 NEL PIU' BEL GIORNO DELLA MIA VITA LA PROFESSIONE DI FEDE CATTOLICA
Maria! I fratelli protestanti pensano che Ella sia un ostacolo al nostro andare a Cristo. Lo pensavo anch’io, sino a quando non mi sono sentito sospinto verso Gesù da Lei, dalla sua conoscenza, dalla sua guida materna: da Lei ho appreso l'amore più forte e puro verso il suo Gesù. Adesso non capisco proprio come i protestanti rifiutino Maria, così come non riesco a spiegare la mia freddezza verso di Lei nel lungo tempo trascorso nella dottrina di Calvino. Ecco perché, quando finalmente ho incominciato a capire chi è Maria in rapporto a Cristo Gesù e a me, la prima cosa che ho fatto e quello di chiederle perdono per averla ignorata e, forse, nel mio spirito anticattolico, disprezzata. Ora ho capito, che con Gesù e per Gesù tutto ci viene a Maria: è stata Lei a guidarmi verso la pienezza della verità: più contemplo Mariana e più amo Gesù! È il mistero della maternità di Maria che mi fa capire (per quando è possibile) l'immenso amore del Figlio di Dio che "per me e per la mia salvezza è divenuto Figlio suo: "nato da donna… - scrive l'apostolo Paolo - perché ricevessimo l'adozione di figli di Dio" (Gal 4, 4 - 5). È Gesù stesso il quale, alle
nozze di Cana e sulla croce, ci addita Maria come Madre e modello d'ogni suo discepolo.
E così, il 16 febbraio 1992 domenica, nella chiesa del Rosario di Ribera (Ag) ho fatto ufficialmente il passaggio del calvinismo alla Chiesa cattolica. Quello è stato il più bel giorno della mia vita. Gioiosamente emozionante è stata la mia professione di fede cattolica: finalmente mettevo piede sulla roccia che è Pietro, vivente nel suo ministero nella persona di Giovanni Paolo II, su Cristo ha fondato la sua Chiesa; ormai mi sentivo sicuro e al sicuro! Nel momento in cui il mio Vescovo Carmelo m'imponeva le mani e mi ungeva la fronte per la Cresima, fui come rapito al mondo circostante e non udii che la sua voce, mentre la gioia immensa dello Spirito Santo invadeva il mio cuore.
Al momento della comunione col Corpo e il Sangue del Signore, però, la gioia e l'entusiasmo non ebbero più limiti: mi sentivo dolcemente posseduto dal suo Amore e nel cuore sbocciava una sconfinata riconoscenza verso il mio Signore che mi faceva finalmente gustare quelle sue parole, che tante volte da protestante avevo lette senza capirle né credervi; "la mia carne è vero cibo, e il mio sangue è vera bevanda" (Gv 6, 55).
L'Eucaristia, Maria e il Papa: gioia, speranza, sicurezza della mia nuova vita! Divenuto cattolico, si sono spiritualmente rafforzati i miei sentimenti di cristiana carità verso i miei fratelli calvinisti: li amo nel Signor Gesù cui anch’essi credono!
8 LA MIA VOCAZIONE AL SACERDOZIO NASCE DALL'EUCARISTIA DINANZI AL TABERNACOLO SOTTO LO SGUARDO AMOROSO DI MARIA
Dopo la professione di fede, pur impegnato nello studio della filosofia, trovavo il tempo non solo di partecipare alla santa Messa quotidiana, ma anche di recarmi spesso nella chiesa di San Giuseppe, chiusa tutto il giorno eccetto durante la celebrazione della santa Messa, a pregare dinanzi al Tabernacolo e sotto lo sguardo amoroso di Maria. Ebbene, lì ho scoperto la mi a vocazione al sacerdozio . mi sono detto, infatti: se solo l'Amore può salvare il mondo, se sotto le apparenze di quel pezzo di pane e di quel sorso di vino c'è l'Amore fatto carne , allora, o Signore, prendi pure le mie mani e la mia voce, perché anch'io possa fare e dire "questo" in memoria di Te: "prendete e mangiate tutti : questo è il mio corpo; che è dato in sacrificio per voi!". Prendi le mie mani e la mia voce perché si dica ancora oggi, "nella tua Persona": "Io ti assolvo dai tuoi peccati!". Ecco, allora, perché, dopo avere ancora pregato, riflettuto e chiesto consiglio, ho deciso di accettare che si compisse in me il progetto del Signore con l'ordinazione sacerdotale il 17 maggio del 2000, nella cattedrale di Piacenza: per poter presiedere "in persona Christi" la celebrazione della santa Eucaristia ed annunziare efficacemente il perdono dei peccati. Il Vescovo Luciano Monari, consegnandomi la patente con il pane e il calice col vino, a me neo- ordinato disse: "Ricevi le offerte del popolo santo il sacrificio eucaristico. "Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai e conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore". Questo mi sono proposto di attuare con la grazia di Dio, con l'aiuto di Maria Madre del Sacerdote Gesù e il sostegno della preghiera di quanti mi hanno voluto e mi vogliono bene, nonché "del popolo santo di Dio" che pone nelle mie mani "le offerte per il sacrificio eucaristico".
Don Emanuele Massimo Musso
- Testimonianze Radio Maria
Trasmissione di Radio Maria del 09 ottobre, con Don Alberto Pacini, con testimonianze di Pedara (CT), della Nuova Cappella de'Adorazione Eucaristica Perpetua
- Testimonianza di Gisella
“voi non siete qui a caso ma Io vi ho chiamati uno ad uno” questa parola mi colpii perché io sapevo che non ero li per mia volontà ma.
“Sono Gisella una assidua adoratrice, guarita da Dio e rinata nello spirito.A quanti si sentono tristi, soli, inutili,insoddisfatti, disperati, lancio un invito:Adorate Gesù Eucaristia, egli è la nostra speranza,la nostra gioia, la nostra eterna felicità. Ho scoperto che è bello e riposante sostare davanti a Gesù Eucaristia, per ossigenarsi, riflettere, esaminarsi,ascoltare la parola nel silenzio.Tu guardi lui e lui guarda te, mentre lo guardi e stai alla sua presenza lui ti riempie del suo amore, della sua luce, della sua grazia.Più passano i giorni più il rapporto con Gesù si fa sempre più intimo, non ti basta un ora di adorazione alla settimana, ma diventano tre, quattro e tutte le volte che senti questo richiamo d’amore e di tenerezza.Più sta alla sua presenza e più il quotidiano appare meno faticoso, il normale diventa straordinario, ciò che prima era abitudinario diventa nuovo ed originale, rivestito dalla sua luce.Di giorno in giorno il bisogno di Dio cresce, diventa desiderio di amarlo, di appartenergli, di compiacerlo, pertanto ci si abbandona con fiducia al suo amore, ed è proprio con questo abbandono in lui che inizia il nostro cambiamento e quello delle persone che ci stanno intorno.Mi ha cambiato senza che me ne accorgessi. Insieme a lui tutto e più bello e si nasce a nuova vita, dimenticavo : si ottengono grandi grazie, per noi e per gli altri.Voglio augurare a tutti di fare la mia stessa esperienza, adoriamolo e accogliamolo come Maria, nascerà in noi poveri e ci riempirà delle sue ricchezze. Se lui è con noi il paradiso è qui.”
Gisella
- Testimonianza di Agostino
Ogni domenica durante la Consacrazione Eucaristica, dicevo al Signore Gesù di guarirmi, perché ho sempre creduto che in quel momento Gesù è presente in corpo e sangue.
Il Signore, con la sua morte, mi ha liberato dal peccato e mi ha donato la libertà affinché un giorno possa lodarlo assieme agli angeli davanti al sui trono.
Per me. Il Signore, è stato il mio grande amico, quando gli ho chiesto di aiutarmi Egli è venuto in mio soccorso, non finirò mai di lodarlo e benedirlo, quando mi sono avvicinato al Signore mi dicevano che per Lui niente è impossibile, ed è vero.
Vi voglio raccontare la mia testimonianza.
Mi chiamo Agostino, felicemente sposato, assieme a mia moglie, ho la gioia di frequentare il gruppo de Rinnovamento nello Spirito Santo, da molti anni.
Nel 1992 mi è stata diagnosticata una EPATITE CRONICA CORRELATA, vi lascio immaginare la mia preoccupazione, ma in questi anni conoscendo la grandezza del Signore, mi sono aggrappato alla Sua misericordia con tutto il mio cuore.
Mi ricordo quando sono andato per la mia volta da uno specialista internologo, mi diceva con tutta franchezza che non esisteva cura per il mio fegato, quindi non vi era alcun farmaco che potesse bloccare il mio male, addirittura c’era il rischio che diventasse cirrosi epatica. Io, con faccia tosta, gli dico: Dottore! Non mi preoccupo più di tanto perché conosco un medico più grande di lei, il suo nome è Gesù.
Passano gli anni, e con molta devozione, servo il Signore nel ministero della musica e canto suonando la chitarra, e Carmelina mia moglie nel ministero di preghiera assieme ad altri fratelli, il lunedì e il giovedì alle 20,30 alla chiesa Maria SS del monte Carmelo.
Ogni domenica durante la Consacrazione Eucaristica, dicevo al Signore Gesù di guarirmi, perché ho sempre creduto che in quel momento Gesù è presente in corpo e sangue.
Durante tutti questi anni io e i miei fratelli nella fede, non abbiamo mai smesso di lodare e benedire il Signore, chiedendo sempre la mia guarigione. Un giorno durante una delle tante preghiere, è stata pronunciata una profezia dal fratello Francesco S. prezioso membro del nostro gruppo che mi disse: “non temere tu guarirai attraverso delle medicine che il Signore Gesù sta preparando per te”. Ecco la fede quando è poca pensavo subito alle parole che tanti anni fa mi aveva detto il dottore cioè che non vi erano farmaci per il mio male. Ma riflettendo, dissi fra me e me il Signore ha risuscitato Lazzaro dalla morte e non può guarire il mio fegato?. Per farla breve un giorno proprio quel dottore mi telefona dicendomi che è stato scoperto un farmaco “ALLELUIA” e che voleva provarlo su di me.
Con molta sofferenza fisica e con molta devozione al Signore Gesù, ho cominciato ad assumere questo nuovo farmaco per un anno intero, è stato devastante, ho perso 18 chili mi sentivo depresso, a fatica andavo a lavorare e perdevo persino tanti capelli, ma nonostante tutto, sia io che mia moglie non distoglievamo gli occhi verso il Signore. Dopo tutto ciò, rifaccio tutti gli analisi, e si scopre che il mio male era scomparso completamente, accertato da tutto il personale medico del reparto dove regolarmente venivo seguito da tutti questi anni.
“ GLORIA A DIO NELL’ALTO DEI CIELI ALLELUIA GESÙ”. È VERAMENTE RISORTO ALLELUIA”.
Vi lascio con la pace del Signore!
Agostino De Marco
- Testimonianza di Don Bruno
Nella mia parrocchia e nella mia vita di prete esplode una novità meravigliosa: l’adorazione eucaristica perpetua. Gesù si fa dono 24 ore su 24 grazie alla generosa disponibilità di circa 350 adoratori!
“È il primo novembre 2006, Solennità di Tutti i Santi. Suonano a festa le campane della chiesa parrocchiale di Scilla-Favazzina intitolata alla Beata Vergine Immacolata, mentre canti solenni e fumi di incenso si levano verso il Cielo. Il cuore è ricolmo di consolazione e gli occhi umidi.
Nella mia parrocchia e nella mia vita di prete esplode una novità meravigliosa: l’adorazione eucaristica perpetua. Gesù si fa dono 24 ore su 24 grazie alla generosa disponibilità di circa 350 adoratori! Dopo tre anni di evangelizzazione eucaristica culminata nella settimana missionaria portata avanti dalle Figlie di nostra Signora dell’Eucaristia e da don Roberto Pedrini, il sogno diventa realtà e il Tabernacolo si apre per non essere più chiuso.
Da quel giorno un vero e proprio miracolo d’amore si realizza quotidianamente nella vita della mia gente, scandito dai battiti di cuori eucaristici oranti che incessantemente si sforzano di accogliere l’amore di Dio per dare senso e vigore alla propria esistenza umana e alla propria testimonianza cristiana. Gesù, nel semplice candore dell’Ostia consacrata, esprime la Sua divina Signoria sulla storia, innestando nella comunità cristiana di Scilla un frammento di eternità, che permette allo spirito di dilatarsi all’infinito, travalicando gli angusti confini dello spazio e del tempo.
La chiesa è sempre aperta e qualcuno trema al pensiero di un impegno d’amore stretto con Cristo per tutta la vita: un coraggio soprannaturale che prolunga la follia della Croce per la salvezza dell’umanità; una dilatazione d’amore che si offre in riparazione di tutte le mancanze d’amore e di gratitudine verso Colui a cui ogni uomo deve tutto.
Davanti al Signore Gesù si piegano le ginocchia e si schiudono le porte dello spirito di tanti fratelli, alcuni dei quali non erano soliti frequentare la Chiesa. Molti di loro, dopo la preghiera si avvicinano e mi ringraziano: “Don Bruno avete fatto una cosa stupenda… grazie!”. Non posso fare altro che protestare commosso: “Non ringraziare me. Io non ho alcun merito.
Loda con me il Signore per essersi degnato di piantare la sua tenda eucaristica nel deserto della mia esistenza di prete e nelle tante povertà della nostra parrocchia. Lodiamo il Signore: Lui solo è l’autore di questo prodigio d’amore”. Dal primo novembre mi sento ancora più prete, attratto in modo “irresistibile” dall’Eucaristia e continuo ad implorare per me e per i fratelli che Dio ha affidato alla mia cura pastorale il dono di una fede matura, eucaristica e trinitaria, da alimentare nel grembo materno e fecondo della santa Chiesa, alla scuola di Maria, Regina dell’Eucaristia.
Il sangue dell’anima è liquefatto quando sosta in adorazione, nell’attesa di “essere versato” per la salvezza di tutti, per la gloria di un Dio che, nella totalità del suo dono, suscita in me il desiderio di un’esistenza cristiana più coerente e radicale. Lui ha dato tutto per me…tutto il suo Sangue.
Lui vuole tutto da me ed esige che il sangue dell’anima venga effuso attraverso la mia oblazione sacerdotale. Grazie Signore Gesù perché ti sei fatto e sei Eucaristia. Grazie Padre, per il dono del tuo Figlio e per Maria. Grazie per l’adorazione eucaristica perpetua che grida la tua fedeltà alla Chiesa, alla mia parrocchia e al mio sacerdozio. “
Don Bruno
- Testimonianza di Giovanni
Adesso aspetto con gioia che arrivi il giorno e l’ora del mio turno di adorazione, per prostrarmi ai piedi del mio Signore, dove con la certezza di fede, sono certo che Egli è presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare...
Da un anno, sotto invito del mio parroco di fare un’ora di adorazione, mi sono riavvicinato alla fede cristiana e ho iniziato a frequentare la Santa Messa.
Poi visto che nella mia ora c’erano altre persone, ogni tanto andavo per un’ora all’adorazione nella cappella della Parrocchia e altre volte no.
La prima volta sono andato con molto entusiasmo, poi è iniziato un periodo di stanchezza, cercavo scuse per non andarci. Quando, però non andavo, non stavo bene con me stesso, ho capito quindi, che non potevo più farne a meno e iniziai a frequentare assiduamente fino ad innamorarmi sempre di più del Signore.
Adesso aspetto con gioia che arrivi il giorno e l’ora del mio turno di adorazione, per prostrarmi ai piedi del mio Signore, dove con la certezza di fede, sono certo che Egli è presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare.
Usando una frase del Santo Curato D’ars, voglio dire: “Signore io ti adoro e tu mi guardi” così contemplerò la Tua Santa presenza su nei cieli… Adesso posso dire, che non posso fare a meno di Adorare Gesù ora e in eterno. Amen!
Giovanni
- Testimonianze degli adoratori
Testimonianze di alcune persone che hanno fatto esperienza dell'Adorazione Eucaristica
- I ragazzi ai quali faccio catechismo hanno sperimentato una nuova vita. Mentre all'inizio, quando gli ho proposto di fare dieci minuti di adorazione, molti di loro erano assai perplessi e dubbiosi su quanto avrebbero retto in silenzio, poi, passato il tempo della loro adorazione, sono venuti a dirmi di averci preso gusto e di voler riprovare. È nato il progetto girasole.
- Da Dio abbiamo ottenuto molte grazie, alcune strepitose. La fatica nel mettersi in adorazione e nel portare avanti l'impegno per tre anni è stato pienamente ripagato.
- È nata una più profonda conoscenza del Signore, che molti hanno seguito e poi si sono impegnati a testimoniarlo presso i loro amici e conoscenti.
- L'adorazione è stata per me una fonte di vita rinnovata, che ha riempito e rigenerato il vuoto che il mondo lascia nei cuori. È stata un forte aiuto nel vivere i rapporti con gli altri; ho iniziato ad intercedere per il mondo giovanile.
- L'adorazione è un punto di riferimento importante per persone provenienti non solo da questa parrocchia ma anche da tanti luoghi diversi, è un luogo dove attingere e dove "scaricarsi" dei propri pesi. Specie la notte ha una ricchezza straordinaria, avevo molte paure, ma varcata la soglia di casa le mie paure sono finite nel nulla per lasciare il posto ad una indicibile gioia, via via che mi avvicino alla cappella di adorazione.
Omelie
- Omelia dell’Arcivescovo Mons. Luigi Renna della Santa Messa per l'inaugurazione della Cappella dell’Adorazione Eucaristica Perpetua nella Chiesa Santa Caterina V. M. Catania
Omelia per l’inaugurazione della
Cappella Eucaristica
in S. Caterina
27 aprile 2023
Chiesa del Carmine
Catania
Carissimi fratelli e sorelle,
è con grande gioia, nel tempo liturgico di Pasqua, che oggi celebriamo l’Eucarestia e iniziamo l’esperienza di una nuova Cappella eucaristica, luogo di adorazione del Signore Gesù presente nel Santissimo Sacramento, nel cuore di Catania.
L’Eucarestia è memoriale della passione, morte e risurrezione di Gesù, è dono della sua Pasqua, E noi la riceviamo come i discepoli di Emmaus, che riconobbero Gesù “allo spezzare del pane” (cfr Luca 24). Durante questi giorni santi noi ascoltiamo nella celebrazione della Santa Messa la proclamazione del Vangelo secondo Giovanni, ed è proprio in questa terza settimana del tempo Pasquale che viene letto il capitolo sesto del Quarto Vangelo, che inizia con il segno della moltiplicazione dei pani e continua con il discorso di Gesù sul pane di vita. Sappiamo che San Giovanni nel suo Vangelo, durante l’ultima cena non parla, come i Vangeli sinottici, della “Istituzione dell’Eucarestia”, ma narra la lavanda dei piedi e ci consegna il comandamento dell’amore. Ma al capitolo sesto ci parla di sé come “Pane del cielo”, come “Pane di vita”, come cibo che, a differenza della manna che nutre il popolo di Dio nel deserto, non è nutrimento per il sostentamento del corpo, ma ci fa partecipi della vita stessa di Dio. “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo (…) Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Giovanni 6,51). Pane e carne, carne di Cristo e pane di vita, cibo che rende partecipi della vita e dell’amore. S.Ireneo di Lione afferma: “In questa maniera-cioè, donandoci l’Eucarestia-, la frase di Dio si manifesta nella debolezza degli uomini”. È la forza della mitezza; la forza della carità; è la forza di una fede che sa affrontare le avversità perché appartiene a Cristo.
Quel Pane del cielo nutre la nostra vita, ma è anche adorato. Qualcuno ha obiettato che l’Eucarestia ci è stata donata per essere mangiata, non adorata. Papa Benedetto XVI, nell’esortazione post sinodale “Sacramentum Caritatis” ha chiarito: “(…) Alla luce dell’esperienza della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di fondamento. Già Sant’Agostino aveva detto: “nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; perché nessuno se non lo adorassimo”. Nell’Eucaristia infatti, il Figlio di Dio ci viene incontro e desidera unirsi a noi, l’adorazione eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della Celebrazione eucaristica, la quale è in sé stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa.(…) L’atto di adorazione al di fuori della Santa Messa prolunga e intensifica quanto si è fatto nella Celebrazione liturgica stessa” (n. 66). Quindi partecipiamo all’Eucaristia, ma prolunghiamo la nostra adorazione inginocchiandoci davanti a Lui”.
Alla fine della Celebrazione porteremo solennemente l’Eucarestia nella Chiesa di Santa Caterina. È una Chiesa posta sulla via principale di Catania, e rimarrà aperta l’intero giorno e alcune notti per l’adorazione.
Il brano degli Atti degli Apostoli che abbiamo ascoltato ci dice che il Signore, attraverso l’annuncio di Filippo, incontra l’eunuco lungo la strada tra Gerusalemme e Gaza. È bello pensare che Gesù continuerà ad incontrare tanta gente su questa strada principale di Catania, frequentata da tante persone che il Signore attende, ama, desidera.
Ringrazio don Giovanni Marchese, rettore della Chiesa e il Commissario della Confraternita, Ingegnere Vincenzo Musumarra per aver aperto la porta a questo impegno di preghiera e di evangelizzazione. Ringrazio i coniugi Gina e Guido Verzì, animatori di questa e altre cappelle eucaristiche, i signori Venticinque e Terranova, Santa Pappalardo dell’Ordo Virginum, e tutti gli adoratori e le adoratrici.
Siamo nel solco della tradizione iniziata dal canonico catanese Tullio Allegra, che nell’antica Chiesa di San Euplo, oggi distrutta, nel 1900, centoventitre anni fa avviò l’adorazione eucaristica, costituendo associazioni di adoratori e una congregazione religiosa.
Catania ha bisogno di preghiera. Perché? Ce lo dice ancora Papa Benedetto XVI: “E’ proprio in questo atto personale di incontro con il Signore matura anche la missione sociale che nell’Eucaristia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri” (Sacramentum Caritatis, 66) Che dall’Eucaristia Catania sia trasformata in una città in cui si ama il Signore e si amano i fratelli.
† Luigi
- L’Eucaristia giovinezza della Chiesa [Sac. Calogero Calanni - AG 15/04/2018]
“L’Eucaristia giovinezza della Chiesa”
Carissimi fratelli e sorelle buongiorno e ben arrivati, ben trovati a tutti. E’ gioia comune vivere questa giornata nella luce del Risorto: “Venne Gesù stette in mezzo a loro e disse: pace a voi” (Gv.20,19).
Il tema che si è scelto per questo primo momento del nostro ritrovarci è: “L’Eucaristia giovinezza della Chiesa”legato al sinodo dei giovani che la Chiesa intera sta vivendo e sta preparando e che ha per tema: “fede e discernimento vocazionale”.
Preghiamo perché lo Spirito Santo soffi abbondantemente su questa comunità, come soffiò un tempo sulla piccola comunità di Gerusalemme, perché i nostri cuori si infiammino di fede, di luce, di ardore per continuare a far risuonare in noi e nelle nostre comunità la sua freschezza per contribuire a rinnovare la Chiesa. Proviamo, aprendo questa giornata di trasferirci spiritualmente e misticamente nel Cenacolo con Maria e che sia una giornata di pentecoste, o meglio di carismi, di luci. Tale che possiamo ripetere come il celebrante un tempo con la comunità accostiamoci all’altare del Signore, (Sal 42, 1.3-4) "ad Deum qui laetificat juventutem meam" “al Dio che rallegra la mia giovinezza”. Lui è colui che rende giovani noi qui, suo sacramento e suo corpo mistico, in forza del Battesimo in quel triplice dono di essere popolo regale, profetico e sacerdotale. Da qui il segreto dell’Eucaristia, giovinezza della Chiesa e di noi stessi.
Uno degli ultimi documenti che la Chiesa ci ha regalato il 15 maggio del 2016, a tutti o tanti di voi è noto e porta il titolo – Iuvenescit Ecclesia- , la chiesa è giovane.
E’ un dono speciale questo nostro convenire in questa domenica, successiva alla festa della divina misericordia.
E’ un piccolo contributo che si vuole offrire al cammino sinodale della Chiesa, che il prefetto del sinodo, il cardinale Baldisseri, ha voluto definire, “la giovane chiesa del terzo millennio”.
E’ sotto i nostri occhi la cronaca quotidiana della politica, della famiglia, della scuola, della stessa identità maschile e femminile, nella nostra Italia e quindi della Sicilia, peraltro decantata dalla storia, a partire dai greci fino agli ultimi occupanti –arabi-normanni-spagnoli, isola di luce e d’oro, fu chiamata, Sicilia bedda.
Ci troviamo in una zona ridente della Sicilia, nel sud occidentale che, guarda caso, si affaccia sul bacino mediterraneo dove in questi ultimi anni abbiamo visto tante vittime, sofferenza e nel contempo anche eroismi e gesti di generosità (Lampedusa). La nostra è una terra ricchissima di storia, dove il cristianesimo, subito dopo Siracusa, Catania e Messina, col passaggio di Paolo e compagni, si è inculturato e diffuso a macchia d’olio, e dove santi come Gerlando, dei primissimi secoli, insieme con Agata, Lucia, Febronia e tante altre giovani generazioni hanno irradiato con la testimonianza eroica e con sapienza e tenacia questa terra. Qui siamo nella terra dove una splendida e bellissima ragazza: Rosalia di Santo Stefano di Quisquina, la cui giovinezza, fa ancora risplendere non solo Palermo ma tutta la Sicilia e la chiesa del bacino mediterraneo. La chiesa è nata giovane, la chiesa resta giovane nonostante le rughe e le piaghe, di cui parlava Rosmini, però diamo ragione all’autore della Apocalisse che ci dice: “Io faccio nuove tutte le cose”.
Siamo qui per verificare il cammino che Dio ci ha fatto percorrere, lasciatemi dire, in questo cammino pasquale, come il popolo eletto uscito dopo secoli dalla schiavitù egiziana, e in questo percorso, se volete esodo pasquale, noi continuiamo a vivere nel deserto, non più di una terra promessa, ma in attesa di quei cieli nuovi e terre nuove. Si perché l’Eucaristia, non più la manna del deserto, è anticipo di quella promessa che Gesù ci ha dato, “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Questa è la potenza dell’Eucaristia, questa è la forza che ci viene data da chi si è donato a noi, per entrare in questa perenne giovinezza dello Spirito. Siamo qui a sentire il soffio dello Spirito, talora come Elia stanco, dopo aver camminato per 40 giorni sino all’Oreb, spesso delusi, amareggiati, disperati, come se fosse scesa una notte, che pensatori e santi hanno chiamato “la notte di Dio” o meglio “la notte dello Spirito”.
Così è avvenuto ai dodici prima e dopo l’evento pasquale, quando costernati erano alla sequela di Gesù e a loro si era unita la folla, anzi, cinquemila. Costernati e affamati chiesero a Gesù come faremo a sfamare questa folla?
Carissimi, la storia si ripete, non ci illudiamo, si coglie da ogni dove, soprattutto dai giovani, questa morte morale ma anche economica e sociale.
Palpiamo con mano noi cristiani che la nostra terra, che i sociologi chiamano villaggio globale, sta vivendo un cambiamento radicale del passato e del presente.
Papa Francesco l’ha detto più volte che la nostra epoca, si salverà e perciò stesso, la nostra storia, se ci metteremo in cammino, se proveremo ad avere il coraggio di uscire, come il popolo ebraico per andare incontro ai nostri fratelli, a chi bussa, a chi ha fame, a chi non ha e non è più un uomo. Lui è capace ancor oggi di ripeterci “venite a Me voi tutti che siete stanchi e affaticati, ed Io vi ristorerò. Come Elia che si voleva lasciare morire ai piedi dell’Oreb e Dio gli dice, tramite l’angelo, “mangia e bevi l’acqua che ti dò perché devi ancora camminare”, così anche noi, oggi, vogliamo ascoltare le stesse parole di Gesù alla samaritana. E qui conviene in questa seconda parte metterci in grande ascolto. Lasciamo che sia Gesù a passarci accanto, come nelle grande assemblee, in quei santuari come Lourdes, Fatima, Medjugorje e lo contempliamo, silenziosi e rapiti e che ci ripeta “non abbiate paura, Io ho vinto il mondo”.
Il Concilio Vaticano II al n.4 della Lumen Gentium così afferma:
“Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra (cfr. Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa e affinché i credenti avessero così attraverso Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2,18). Questi è lo Spirito che dà la vita, una sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna (cfr. Gv 4,14; 7,38-39); per mezzo suo il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8,10-11). Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3,16; 6,19) e in essi prega e rende testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione (cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). Egli introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo [3]. Poiché lo Spirito e la sposa dicono al Signore Gesù: « Vieni » (cfr. Ap 22,17).” (Dalla Lumen Gentium n. 4. )
Mettiamoci alla scuola di Gesù: l’Eterna Giovinezza
In questa seconda parte dobbiamo ritornare, soprattutto col cuore, alla scuola dell’Amore, Si. Perché si tratta che Gesù, nella dinamica dei suoi rapporti, vuole andare in profondità. Io, voi, siamo qui perché Lui ci ha dato un appuntamento. L’appuntamento all’Amore, quello che stiamo ascoltando per scegliere la parte migliore. Chi capì, tra le prime mistiche ma chiamiamole “adoratrici” furono Teresa d’Avila, che in uno slancio d’amore, in chiave poetica, nel suo colloquio davanti a Gesù Eucaristia scrisse: da sposa dell’Anima: “amor con amor si paga”. Stare davanti a Gesù i cui momenti, le cui ore, le cui giornate, le cui notti, davanti a Lui diventano eterne. Cioè tutti noi siamo qui e tutti, spero tutti, avete fatto tesoro di quell’esperienza di un Tu per Tu con Gesù, perché Lui è il nostro tesoro, o meglio, è il nostro Sposo. Tre secoli più tardi, qualche anno prima di morire, una giovane discepola e figlia, anch’ella carmelitana, di Teresa La Grande, la piccola Teresina di Lisieux, dotata di talenti artistici, poetici, traduceva questa dottrina cantando: “morir d’amore o qual martirio santo, ed è ben quel che io vorrei soffrir”.
Siamo qui per ripetere e vivere questa esperienza, Lui il Maestro, ci ha chiamati in disparte, così come io e voi, nei vostri cenacoli, nei vostri tabernacoli, Gesù ci ripete: “non c’è amore più grande di Colui che dà la vita l’un per l’altro”. Ma cosa fanno queste murate vive nei vari monasteri, donne, uomini, vergini nella più grande contemplazione se non quello di allontanare il maligno, di frenare l’ira e la giustizia di Dio in questo mondo perverso.
Non basterà mai un grazie per il dono della chiamata di voi e di me e con me altri confratelli qui presenti, perché Gesù, ci ha dato un appuntamento definitivo: quello di sceglierLo, come l’Unico Tutto, l’Unico e Solo, perché non possiamo non amare Lui e non possiamo restare nell’eterna giovinezza se Lui non è l’Unico e solo Sposo della nostra anima. Non è detto che devono amare e adorare Lui solo le suore, i frati, i preti, i consacrati e le consacrate.
Quando siamo stati battezzati, lo sapete che è scesa tutta la Trinità, cioè è sceso il Cielo, il Paradiso.
Quando i santi pregavano e pregano, penso anche i mistici contemporanei, erano rapiti. Per questo noi non ci stanchiamo, per questo siamo qui a vivere questa perenne giovinezza dello Spirito. Guardate, io sono prete, da 38 anni, né vedo tanti, tanti, dico tanti, vado in giro in tutte le ore e in ogni dove, ma quando incontro delle anime anche stagionate, vecchiette, ammalati, mi trasmettono il contagio della verginità di Dio.
Sono, purtroppo, spesso chiamato ad incontrare: ragazze, giovani e giovani coppie in profonda crisi, vi assicuro che ne intravedo la pesantezza, l’inquietudine, scusatemi, purtroppo quella decrepitezza, cioè vecchiaia, scusatemi, quel vecchiume che traspare anche al di sotto dei 20 anni. L’assenza di amore con Gesù, diceva S. Agostino, ci fa invecchiare, perché solo l’Amore con la A maiuscola ringiovanisce. Osservate attorno a noi il mondo in cui siamo immersi: la famiglia, la scuola, la cultura, i mass media e tutti i mezzi di comunicazione, sono fonti di notti di buio, di vizio, di solitudine, di disperazione, insomma, sono le fonti della morte e non della vita. Sono, a dire di Paolo, quell’uomo vecchio sul quale e per il quale, il lievito di risurrezione è ormai scipito. Non raramente, osserviamo le nostre comunità, le nostre parrocchie, le nostre strutture curiali e parrocchiali che respirano vecchio, in cui si tocca, al dire di Papa Francesco, non l’odore delle pecore, cioè di fratelli e sorelle che voglio essere accolti, accarezzati, puliti, come ha fatto Gesù con la pecorella smarrita.
Spesso siamo chiusi nei recinti e non raramente questa chiesa respira come se fosse vecchia, stanca, perché non sente la voce di quell’angelo che dice, rapito, “Io faccio nuove tutte le cose”. Ora ascoltiamo che cosa Gesù ci dice, come fosse la prima volta, che vuol dire seguire, imitare, pregare e contemplare:
Chiamata dei primi quattro discepoli
Io lo chiamerei, col vostro permesso, la chiamata dei primi adoratori, n.d.a.
18) Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
19) E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». 20 Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono
21) Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò.
22) Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Mt. 4:18-22
Come adoratori, con Maria siamo chiamati a scegliere la parte migliore. Guardate che la parte migliore è GESU’ – quando si è davanti a Gesù il tempo corre veloce, così mi ha detto un confratello a me tanto caro.
Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». Marta e Maria (Lc 10,38-42)
“Ci prepariamo all’ascolto, con i tre passi del Figlio Prodigo, i tre passi salutari da compiere in ogni crisi: rientrare in sé, chiedere perdono, e tornare a casa.” (padre Ermes Ronchi)
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta". E il padre divise fra loro i beni. 13 Pochi giorni dopo il figlio più giovane, raccolta ogni cosa, se ne andò in un paese lontano e là dissipò le sue sostanze vivendo dissolutamente. 14 Ma quando ebbe speso tutto, in quel paese sopraggiunse una grave carestia, ed egli cominciò ad essere nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi con uno degli abitanti di quel paese, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16 Ed egli desiderava riempire il ventre con le carrube che i porci mangiavano, ma nessuno gliene dava. 17 Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti lavoratori salariati di mio padre hanno pane in abbondanza, io invece muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre, e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi lavoratori salariati". 20 Egli dunque si levò e andò da suo padre. Ma mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te e non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". 22 Ma il padre disse ai suoi servi: "Portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei sandali ai piedi. 23 Portate fuori il vitello ingrassato e ammazzatelo; mangiamo e rallegriamoci, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E si misero a fare grande festa. 25 Or il suo figlio maggiore era nei campi; e come ritornava e giunse vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamato allora un servo, gli domandò cosa fosse tutto ciò. 27 E quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28 Udito ciò, egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. 29 Ma egli, rispose al padre e disse: "Ecco, son già tanti anni che io ti servo e non ho mai trasgredito alcun tuo comandamento, eppure non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma quando è tornato questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi beni con le meretrici, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". 31 Allora il padre gli disse: "Figlio, tu sei sempre con me, e ogni cosa mia è tua. 32 Ma si doveva fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato"». Luca 15,11-32
Con il brano che ascolteremo vogliamo riannodare i fili del nostro rapporto sposale con Gesù?
“Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. È l'umanità, la sposa che se n'è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto desiderio.
Questo rapporto sponsale, la trama nuziale tra Dio e l'umanità è la chiave di volta della Bibbia, dal primo all'ultimo dei suoi 73 libri: dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui. Ognuno a suo modo sposo.
Dio non chiede, dona; non pretende, offre: Ti darò un'acqua che diventa sorgente. Una sorgente intera in cambio di un sorso d'acqua. …Con una finalità precisa: che torniamo tutti ad amarlo da innamorati, non da servi.” (Ermes Ronchi 19.03.2017)
La samaritana
Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».«Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché‚ non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né‚ su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché‚ la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché‚ il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse Gesù: “Sono io, che ti parlo”». (Gv. 4, 1-26)
In questo brano c’è il segreto della vita e della giovinezza spirituale. Ascoltiamolo come fosse Gesù a parlarci.
“Io sono la vite e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo taglia e ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto. E voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e poi secca: poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto”. Gv. 15, 1-11
Io sono il pane della vita
Stiamo leggendo un brano ormai stra-notissimo, direi usurato, visto che parliamo sempre di Eucaristia. Lo capite che il pane di Vita, cioè l’Eucaristia è Gesù, non è un pane benedetto o memoriale di luterana o riformata memoria. E’ Lui, è la Vita, l’Eucaristia ci trasforma, diciamolo meglio, ci ‘Eucaristizza’, cioè ci trasforma, ci trasfigura. Lo insegniamo noi preti e i catechisti. Ci ‘transustanzializza’, lo sapete che significa? Ci trasferisce in Gesù, ma in Gesù vero, non solo quello storico o della fede, il Gesù della Trinità. Ma lo sapete chi è la porta che ci fa entrare? E’ proprio Lei: MARIA. E se Gesù è corpo, sangue, latte dell’Immacolata, quando partiamo, noi lo chiamiamo viatico, ma che viatico, siamo già nell’eternità di Dio. Viviamo la giovinezza di Dio, questo è il segreto del nostro appuntamento con Lui in qualsiasi ora del giorno. Che dono fratelli e sorelle!
48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
52 Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53 Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. (Gv. 6,48-57)
Ora si che dobbiamo sederci, anzi entrare nel Cenacolo, ascoltare e gustare, come fosse la prima volta, questo cibo degli Angeli, questa Eucaristia anticipo di risurrezione e di paradiso:
17Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. 18Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: “In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà”. 19Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: “Sono forse io?”. 20Ed egli disse loro: “Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. 21Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!”.
22Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. 23Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. 25In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”. (Mc 14,17-25)
“Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo, che è la luce del mondo; da lui veniamo, per mezzo suo viviamo, a lui siamo diretti” (LG.3).
Ora vorrei presentavi una piccola antologia del rapporto di alcuni santi particolarmente legati all’Eucaristia.
I Santi sull’ Eucarestia
Che cos’è il pane consacrato? Corpo di Cristo. E che cosa diventano coloro che si comunicano? Corpo di Cristo. Non molti corpi: un Corpo solo, quello di Cristo. (San Giovanni Crisostomo)
Cristo è presente. Lo stesso Cristo che una volta fece preparare la tavola alla Cena, ha preparato questa, per voi. (San Giovanni Crisostomo)
Se andate alla presenza di Gesù nell’Eucaristia, può darsi che all’inizio non vi troviate molto bene: infatti il demonio, che ben conosce il gran vantaggio che ne ricavano le anime, vi causerà turbamenti ed affanni nel cuore. Vi darà anche a credere che trovereste più utilità spirituale in altre pratiche di preghiera che non in queste. Non fategli caso. Dimostrate al Signore che lo amate. Sono poche le anime che Lo seguono anche nelle sofferenze: seguiamolo almeno noi, soffrendo qualcosa per Lui. Non mancherà di compensarci con la sua gioia. (Santa Teresi d’Avila)
Gli amici provano tanta gioia nello stare insieme, che trascorrono tra loro delle intere giornate. Chi non ama Gesù Eucaristia invece, si annoia alla sua presenza; i santi hanno trovato il paradiso, davanti al SS. Sacramento. (Sant’Alfonso)
Quando il Signore, per mezzo della santa Comunione, ha preso possesso anche una sola volta di un cuore, vi lascia un ricordo indelebile e le tracce del suo passaggio. È una terra conquistata da Gesù, dove Gesù ha regnato, sia pure per pochi giorni. (San Pier Giuliano Eymard)
Nostro Signore non viene in noi, nella Santa Eucaristia, per premiare le nostre virtù, ma per comunicarci la forza necessaria a diventare santi. (San Pier Giuliano Eymard)
Quando sono vicina al Tabernacolo, non so dire che una sola cosa al Signore: “Mio Dio, voi sapete che io vi amo”. E sento che la mia preghiera fa piacere a Gesù. (Santa Teresa di Gesù Bambino)
“O mio Gesù, rinsalda le forze della mia anima, in modo che il nemico non si avvantaggi in nulla. Senza di Te sono la debolezza personificata; senza la Tua grazia, che sono mai se non un abisso di miseria? La miseria è la mia proprietà personale. O Ferita della Misericordia, Cuore di Gesù, nascondimi nella Tua profondità come una minuscola goccia del Tuo proprio Sangue e non farmi uscire da lì per l’eternità. Rinchiudimi nelle Tue profondità e Tu stesso insegnami ad amarTi. O Amore eterno, plasma Tu la mia anima, in modo che sia capace di corrispondere al Tuo amore. O Amore vivo, rendimi idonea ad amarTi eternamente, poiché voglio corrispondere al Tuo amore per tutta l’eternità. O Cristo, un Tuo sguardo per me è più prezioso che migliaia di mondi, più di tutto il cielo. Tu, Signore, puoi rendere la mia anima tale che sappia comprenderTi quale sei in tutta la Tua pienezza” (p. 536).
La spiegazione di Gesù a Padre Pio sulla Santa Messa. (tra il 1920 e 1930)
L’Ostia è Gesù stesso, umiliato per l’intero genere umano. Il Calice è Gesù Stesso, che riporta il Suo sangue agli uomini, nutrito con ogni promessa di Salvezza. E’ per questa ragione che Gesù, rivolgendosi a Padre Pio, gli confessa il suo disappunto per quanto gli uomini sappiano rivelarsi non solo ingrati, ma peggio, indifferenti nei confronti del suo sacrificio e del suo riviverlo ogni giorno, in ogni Messa.
L’Altare, secondo la spiegazione che fornisce Gesù al frate di Pietrelcina, è il riassunto di due luoghi fondamentali nella vita di Gesù, il Getzemani ed il Calvario: l’Altare è il luogo in cui rivive Gesù Cristo. Dovrebbe suscitare emozioni particolari, come quando immaginiamo di ripercorrere in Palestina le stesse strade che calcò Gesù duemila anni fa. Perché proiettare queste emozioni sul passato, quando si può avere Gesù di fronte a sè in ogni ora, in ogni chiesa?
“Portate i vostri cuori sul corporale santo che sorregge il Mio Corpo; tuffatevi in quel Calice divino che contiene il Mio Sangue. È lì che l’Amore stringerà il Creatore, il Redentore, la vostra Vittima ai vostri spiriti; è lì che celebrerete la gloria Mia nell’umiliazione infinita di Me stesso. Venite all’Altare, guardate Me, pensate intensamente a Me”.
l'Eucarestia nella vita di Madre Teresa
Il suo amore per l'Eucarestia l'ha spinta a essere sulla croce con Cristo per essere spezzata e data agli altri in modo che possano avere vita in abbondanza. Questo amore l'ha chiamata anche ai piedi della croce delle nostre sofferenze, fratelli e sorelle sui Calvari dei tempi moderni. Noi abbiamo visto con quanta grandezza d'animo la Madre ha risposto a queste chiamate e questo ci ha incoraggiate ad imitarla.
La nostra vita come Missionarie della Carità e il nostro lavoro di amore tra i più poveri dei poveri sono il prolungamento del sacrificio eucaristico che abbiamo offerto. Adoriamo Gesù nell'Eucarestia e lo serviamo e amiamo negli altri e nei più poveri dei poveri. Madre Teresa ricordava che "quanto più tenero è il nostro amore per Gesù, pane di vita nell'Eucarestia, tanto più tenero sarà il nostro amore per Cristo assetato nei più poveri dei poveri".
La Madre diceva anche che "Gesù si dona a noi attraverso l'Eucarestia per saziare la nostra fame e la nostra sete di Dio, Egli viene a noi nei più poveri dei poveri, come l'affamato, l'assetato, il senza casa, il malato, il moribondo, il non amato e l'indesiderato, per darci l'opportunità di saziare la Sua sete nel nostro amore".
Ogni mattina Madre Teresa trascorreva con noi almeno due ore davanti al Santissimo Sacramento in preghiera e in meditazione e un'ora nel pomeriggio in adorazione; questo la riempiva di luce, amore e energia per riconoscere, amare e servire Gesù nei poveri.
La cappella dell’Adorazione perpetua di S. Stefano di Camastra è dedicata alla beata Maria Madre Candida dell’Eucaristia, vi voglio offrire alcuni suoi pensieri.
Beata Maria Madre Candida dell'Eucaristia
Maria Candida dell'Eucaristia (1884-1949)
"Ho tutto in Lui! E’ Lui il mio Sole".
E' qua il Tesoro unico che v'è sulla terra. - Io lo posseggo, gli sono vicina.
Guardami o Signore, e fa che io possa essere la tua Ostia viva
O Santa Eucaristia, Tu mi fai morire per meglio vivere.
Gesù desidera d'essere ricevuto dalle anime, non solo sotto le specie eucaristiche, ma ogni istante, sotto le apparenze di contrarietà, di contrasti, di pene!
Un giorno senza Comunione può paragonarsi ad un giorno senza sole senza pane, senza sorriso, senza riposo. Prega perché ciò non avvenga mai per tua colpa.
Quella: piccola Ostia sarebbe capace d'incendiare il mondo: incendi anche te!
L'Eucaristia è una fiamma: gira sempre amorosamente intorno a questa fiamma, o piccola farfalla eucaristica finirai col cadervi dentro e rimanervi incenerita.
Tutto troverai in quella piccola Ostia, perché li è il Tutto. E' leva per innalzarti a santità, scintilla per incendiarti, lavacro alle tue macchie, supplemento alle tue deficienze, porta che ti introdurrà in Cielo.
don Tonino Bello ("Lettera ai giovani")
"Vivete la vita che state vivendo con una forte passione!"
… Ma voi non abbiate paura, non preoccupatevi! Se voi lo volete, se avete un briciolo di speranza e una grande passione per gli anni che avete...cambierete il mondo e non lo lascerete cambiare agli altri.
Vivete la vita che state vivendo con una forte passione. Non recintatevi dentro di voi circoscrivendo la vostra vita in piccoli ambiti egoistici, invidiosi, incapaci di aprirsi agli altri. Appassionatevi alla vita perché è dolcissima.
…Il mondo ha bisogno di giovani critici.
Vedete! Gesù Cristo ha disarmato per sempre gli eserciti quando ha detto: "rimetti la spada nel fodero, perché chi di spada ferisce, di spada perisce". Ma noi cristiani non siamo stati capaci di fare entrare nelle coscienze questo insegnamento di Gesù.
Diventate voi la coscienza critica del mondo. Diventate sovversivi. Non fidatevi dei cristiani "autentici" che non incidono la crosta della civiltà. Fidatevi dei cristiani "autentici sovversivi" come San Francesco d'Assisi che ai soldati schierati per le crociate sconsigliava di partire.
Il cristiano autentico è sempre un sovversivo; uno che va contro corrente non per posa ma perché sa che il Vangelo non è omologabile alla mentalità corrente.
Chiara Lubich ai giovani
Guardiamoci un po' intorno, giovani (gen), e osserviamo insieme a quali pazzie d'amore è stato spinto il nostro Dio per amore di noi. Guardiamo se nel mondo c'è traccia di questo suo amore, se c'è segno della sua presenza. Cerchiamolo non per la sola costatazione di una verità, non per una curiosità pur buona, ma per appressarsi alla sua presenza, per esporsi al suo sole, per lasciarsi illuminare dalla sua sapienza e infuocare dal suo spirito. Se così faremo lo possederemo sempre di più e informeremo di lui a tal punto la nostra vita da poterlo traboccare sugli altri. Dove egli appare più evidente, così vicino a noi quasi da toccarlo è nell'Eucaristia.
Chi ci ha dato il coraggio di andare avanti? Chi ha sostenuto le nostre persone? Gesù Eucaristia... Tutti i giorni, a tutte le ore, possiamo avere un'udienza con Cristo stesso.
Capite, gen, che con lui siamo onnipotenti? I giovani (gen) devono avere il senso giusto dei valori e far loro questa idea: noi abbiamo la possibilità di trattare tutti i giorni con lui, l'Onnipotente, delle nostre difficoltà, possiamo raccontargli le nostre gioie, possiamo affidargli la Chiesa, l'unità dei cristiani, l'unità dei popoli ...
Dio s'è fatto uomo per salvarci, ma, fattosi uomo, ha voluto addirittura farsi cibo, perché nutrendoci di lui diventassimo altri lui. Ora, una cosa è vedere Gesù, un'altra cosa è essere un altro Gesù sulla terra in qualche modo. Eucaristia dunque, Eucaristia. (Rocca di Papa, 9 luglio 1974 )
Come non tenere presente le catechesi che papa Francesco ha fatto nei mercoledì tra il 2017e il 2018 sulla S. Messa dove tra l’altro afferma:
“L’Eucaristia ci fa forti per dare frutti di buone opere per vivere come cristiani.
Non dobbiamo dimenticare che celebriamo l’Eucaristia per imparare a diventare uomini e donne eucaristici. Cosa significa questo? Significa lasciare agire Cristo nelle nostre opere: che i suoi pensieri siano i nostri pensieri, i suoi sentimenti i nostri, le sue scelte le nostre scelte. E questo è santità: fare come ha fatto Cristo è santità cristiana. Lo esprime con precisione san Paolo, parlando della propria assimilazione a Gesù, e dice così: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal. 2,19-20). Questa è la testimonianza cristiana. L’esperienza di Paolo illumina anche noi: nella misura in cui mortifichiamo il nostro egoismo, cioè facciamo morire ciò che si oppone al Vangelo e all’amore di Gesù, si crea dentro di noi un maggiore spazio per la potenza del suo Spirito. I cristiani sono uomini e donne che si lasciano allargare l’anima con la forza dello Spirito Santo, dopo aver ricevuto il Corpo e il Sangue di Cristo. Lasciatevi allargare l’anima! Non queste anime così strette e chiuse, piccole, egoiste, no! Anime larghe, anime grandi, con grandi orizzonti… Lasciatevi allargare l’anima con la forza dello Spirito, dopo aver ricevuto il Corpo e il Sangue di Cristo.”
(Papa Francesco: udienza sulla S. Messa)
L’ultimo regalo che ci ha fatto Papa Francesco è stato l’Esortazione Apostolica, ancora fresca d’inchiostro, ci vorrebbe una giornata per presentarla, anche perché se è gioia, come dice il salmista “che i fratelli vivano e preghino insieme”, così lo stare insieme a Gesù e ai fratelli ci regala la gioia e l’esultanza. Chiamiamola la risurrezione e la santità.(Papa Francesco nella esortazione apostolica GAUDETE ET EXSULTATE del 19.03.2018 così afferma:Al n. 151. Ricordiamo che «è la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo». [113]Dunque mi permetto di chiederti: ci sono momenti in cui ti poni alla sua presenza in silenzio, rimani con Lui senza fretta, e ti lasci guardare da Lui? Lasci che il suo fuoco infiammi il tuo cuore? Se non permetti che Lui alimenti in esso il calore dell’amore e della tenerezza, non avrai fuoco, e così come potrai infiammare il cuore degli altri con la tua testimonianza e le tue parole? E se davanti al volto di Cristo ancora non riesci a lasciarti guarire e trasformare, allora penetra nelle viscere del Signore, entra nelle sue piaghe, perché lì ha sede la misericordia divina. [114]
Sac. Calogero Calanni
- Eucaristia e Misericordia [Sac. Giuseppe Costanzo - Aprile 2016]
La misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fin dal profondo delle viscere per il proprio figlio." S. E. Mons. Giuseppe Costanzo
Eucaristia e Misericordia
Aprile 2016
L’Eucaristia è il Sacramento della misericordia per eccellenza. “Li amò sino alla fine”. Questa espressione non ha valore cronologico, ma intensivo. Non indica tanto la continuità dell’amore, quanto piuttosto la qualità. Non vuol dire che amò per tutta la vita, fino alla morte, ma “li amò fino a morirne”, cioè al di là di ogni ragionevolezza, di ogni limite sensato. Li amò con un amore eccessivo.
Citando S. Tommaso D’Aquino, Papa Francesco afferma: “E’ proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza”.
Le parole di S. Tommaso D’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza di Dio. E’ per questo che la Liturgia in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: “O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”. Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso.
“Paziente e misericordioso” è il binomio che ricorre spesso nell’A.T. per descrivere la natura di Dio. Il suo essere misericordioso trova riscontro concreto in tante azioni della storia della salvezza dove la sua bontà prevale sulla punizione e la distruzione.
I Salmi, in modo particolare, fanno emergere questa grandezza dell’agire divino: “ Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia” (103,3-4).
In modo ancora più esplicito, un altro Salmo attesta i segni concreti della misericordia: “ Il Signore libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, il Signore protegge i forestieri, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie dei malvagi” ( 146, 7-9 ).
E da ultimo, ecco altre espressioni del Salmista: “ Il Signore risana i cuori affranti e fascia le loro ferite. Il Signore sostiene i poveri, ma abbassa fino a terra i malvagi” (147. 3-6).
La misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fin dal profondo delle viscere per il proprio figlio. E’ veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono. Questo, che è sempre vero, quanto più lo è per l’Eucaristia, dove il Figlio di Dio dona il suo corpo e versa il suo sangue “per la remissione dei peccati”; dove continua a ripetere agli stanchi ed oppressi: “ Io vi ristorerò”.
Nell’Eucaristia Gesù non cessa di incoraggiarci dicendo:” Io sono con te”. Non ti lascerò. Non ti abbandonerò. Non temere e non spaventarti. Davvero “pietà e tenerezza è il Signore” (Sal 110,4).
- E tutto questo “nella notte in cui fu tradito” quando cioè gli uomini - davanti al tradimento – si chiudono, e forse meditano rivalsa e vendetta. Gesù invece si pone in un atteggiamento di radicale apertura, di totale oblatività: “ Ha dato se stesso per noi, offrendosi in sacrificio di soave odore” dice S. Paolo (Ef 5,2).
- Si è consegnato nelle mani dei peccatori, lui, il Santo, l’Agnello immolato.
- Si è lasciato giudicare da uomini iniqui, Lui, il Giudice universale.
- Si è lasciato condannare come un sovversivo, un agitatore politico, un bestemmiatore, Lui, l’Innocente, e non si è difeso.
- Si è lasciato umiliare e insultare, Lui, il Figlio glorioso del Padre, e non ha aperto bocca, dice il profeta Isaia (53,7).
- Si è lasciato sbattere da un tribunale all’altro, Lui, il Re di giustizia e di pace.
- Con la sua potenza miracolosa ha salvato gli altri, ma si è rifiutato di usarla a suo vantaggio. “Si addossato i nostri dolori” (Is 53,4).
- Si è lasciato uccidere e non ha reagito, Lui, l’Onnipotente che avrebbe potuto annientare i suoi nemici; Lui, il Signore della vita e della morte, si è lasciato seppellire con gli empi (cfr Is 53,9).
- E’ morto per noi, per noi uomini e per la nostra salvezza. Ha distrutto l’inimicizia in se stesso (cfr Ef 2,16).
Notate: ha distrutto l’inimicizia, non il nemico; l’ha distrutta in se stesso, non negli altri! Anzi, ha perdonato i suoi crocifissori, ha pregato per loro, scusandoli per la loro ignoranza e chiedendo al Padre di perdonarli. Umiltà, carità, misericordia senza limiti! E’ il vertice dell’amore, che, dimentico di sé, vive e muore per gli altri: “ Exinanivit semet ipsum!” “Svuotò se stesso!
- L’amore tenerissimo – cioè la misericordia – ha fatto sì che Gesù si donasse a noi nel segno del pane e del vino e ci chiedesse di essere da noi mangiato. Nel mondo gli uomini “si mangiano”. Lottano per sopraffarsi e asservire, “si divorano” per accaparrarsi i beni e dominare. Ha successo chi, in questa competizione, si dimostra più forte e più spietato.
Gesù ha rivoluzionato questo modo preumano di relazionarsi. Invece di “mangiare” gli altri, di lottare per la conquista dei regni di questo mondo – come gli aveva suggerito il maligno – si è fatto mangiare.
E’ da questo dono di se stesso come alimento, da questo atteggiamento di agnello mite, che ha avuto inizio l’umanità nuova.
- Anche nella Risurrezione Gesù fa risplendere la sua misericordia che è un misto di mitezza, di bontà e di tenerezza. Per incontrare ognuno dei suoi discepoli, il Risorto non ha scelto la “violenza” dell’evidenza, ma la “mitezza” della penombra. Non si impone. Non li abbaglia col fulgore della sua umanità glorificata, ma si appella alla libertà, per mostrare la vita da una nuova prospettiva, quella della fede.
La Risurrezione di Gesù, proprio perché è la vittoria dell’amore, è discreta, non è trionfante. Gesù non si vendica, non rimprovera, non appare in modo clamoroso. Non sfonda la porta del Cenacolo, ma appare all’improvviso con tenerezza. In tutti i suoi atteggiamenti domina la virtù di un amore sconfinato, di una umiltà abissale, di una misericordia senza confini.
- Nell’Eucaristia, che ripresenta, attualizza ed applica il sacrificio della Croce, la misericordia di Dio si manifesta in modo toccante. L’altare della mensa eucaristica è la tavola dove si incrociano le nostre strade.
E’ il punto di arrivo dei vari Matteo e Zaccheo, figli perduti sui sentieri del mondo e della storia, ma anche il punto dove è già arrivato il Padre buono e misericordioso, che attende e perdona, che corre incontro al figlio che torna, e che – prima di sentire le scuse e le promesse – gli getta le braccia al collo.
- Nell’Eucaristia Gesù è l’anti - potere, l’anti - immagine, l’anti - egoismo.
- a) E’ l’anti-potere. Gli uomini potenti – che comunque non sono mai onnipotenti – ci tengono a mostrare il loro potere e la loro potenza dominando, asservendo, schiacciando; Gesù, il Figlio di Dio onnipotente, Colui cui è stato dato ogni potere in cielo e in terra, Colui per mezzo del quale tutto è stato fatto, Colui che comandava ai venti e al mare e gli obbedivano, nell’Eucaristia si spoglia di ogni sovranità e si mette piccolo e debole nelle nostre mani, spesso indegne della sua santità. Mistero di infinita umiltà e di divina condiscendenza! Esprime la sua onnipotenza riducendosi all’impotenza per amore. afferma la sua grandezza facendo grandi i suoi figli!
- b) E’ l’anti – immagine. Colui che è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura, Colui nel quale “viviamo, ci muoviamo e siamo”, si nasconde in un pezzo di pane e in un sorso di vino, cela la sua dignità, la sua divinità e persino la sua umanità: “In cruce latebit sola Deitas, at hic latet simul et humanitas”. In un tempo in cui l’uomo è tanto preoccupato dell’immagine, questa scelta di Gesù è uno schiaffo alla nostra vanità che vuole solo avere, possedere, apparire. Gesù ci insegna che “donarsi”, “farsi mangiare”, è la profonda verità della vita.
- c) E’ l’anti – egoismo Colui che ha diritto al nostro servizio, Colui che è adorato da legioni di angeli, si dimentica di sé e si dona a noi: si fa pane spezzato per la vita del mondo, si fa vino versato per la remissione dei peccati, per la pacificazione universale, si fa sacramento di unità e vincolo di carità. Lava i piedi ai suoi per insegnarci che la vita vale quando è vissuta nell’amore e nel servizio ai fratelli. Non nell’egoismo che ci rende indifferenti, violenti, feroci e sprezzanti della vita umana. Cristo, che era l’unico dominatore – “Rex regim et Dominus dominantium” si è fatto servitore di tutti: “ Io sto in mezzo a voi come Colui che serve”. Il leone di Giuda è diventato l’Agnello immolato per noi. Ha preferito sacrificarsi e morire Lui per l’uomo, anziché vedere l’uomo morire per Lui. Ha rinunciato a salvare se stesso pur di salvare tutti noi. Non c’è amore più grande! Non c’è misericordia più gratuita e più generosa! Ecco il miracolo dell’Eucaristia! Ecco il tesoro di noi cristiani! Se noi cristiani scoprissimo che cosa abbiamo nell’Eucaristia! Che cosa accogliamo dentro di noi tutte le volte che riceviamo la comunione! Diceva un ateo: “ Se potessi credere che in quell’Ostia consacrata c’è davvero Dio, come dite voi, credo che cadrei in ginocchio e non mi rialzerei più!” Aveva ragione!
C’è da cadere in ginocchio, colmi di stupore e di gratitudine per questa prova di amore immenso per gli uomini. E questo vuol dire che tutto è ancora nelle mani di chi ama, perché tutto è nelle mani di un Dio che si consegna all’uomo per purissimo amore.
C’è da danzare di gioia per questo “pane vivo disceso dal cielo”, che è alimento della fedeltà e farmaco dell’immortalità!
C’è da magnificare il Padre, che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito” (Gv 3,16).
C’è da magnificare il Figlio, Gesù, che ci ha amato e ha dato se stesso per noi.
C’è da magnificare lo Spirito Santo che cancella i nostri peccati, come se non fossero mai stati commessi.
Diciamo con Rosmini: adorare, tacere, godere. Facciamo del nostro corpo un tabernacolo, del nostro cuore un trono, della nostra vita un canto, della nostra vocazione una chiamata a trasformare il mondo in Regno di Dio, dove ognuno – nessuno escluso – ha la sua dignità e il suo diritto a vivere in libertà e a realizzarsi in pienezza.
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La logica conseguenza di tale amore e stupore è l’adorazione, tanto cara ai santi. Essa prolunga il pasto eucaristico e ne consente l'assimilazione. Quando sostiamo in adorazione, l'Eucaristia si offre all'anima per una fusione che, però, non si compie in un batter d'occhio. C'è bisogno di tempo, di quiete, di attesa paziente. Ci chiediamo anzitutto: che cos'è l'adorazione? Che cosa vuol dire adorare?
L'adorazione eucaristica è l'atto più alto di una creatura umana nei confronti del suo Creatore. Mettersi ai suoi piedi in atteggiamento di filiale ascolto e di lode, di accoglienza della sua volontà, di fiduciosa adesione ai suoi disegni, nella consapevolezza che solo Lui basta e solo Lui conta, è segno di fede matura e di autentico amore ed è sorgente inesauribile di santità.
L'adorazione è la preghiera più pura perché cerca Dio e lo esalta non per i benefici che ci elargisce, ma per ciò che Egli è in se stesso, per la sua gloria immensa.
- E' prostrazione umile: l'essere umano si getta ai piedi del suo Creatore e riconosce e proclama la sua sovrana signoria:" Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati" (Sal 95,6).
- E' attrazione irresistibile, struggente desiderio di unione, rapimento in Dio: "A Te anela la mia carne … A Te si stringe l'anima mia … (Sal 63, 2-9) "Il mio diletto è per me ed io per Lui" (Ct 2,16).
- E' riposo in Colui che è la sorgente dell'essere e la meta del nostro pellegrinaggio: " Solo in Dio riposa l'anima mia; da Lui la mia salvezza … da Lui la mia speranza" (Sal 62, 2.6); "Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato" (Ct 2,3).
- E' sguardo amoroso al Padre che ci ama e ci salva: "Guardate a Lui e sarete raggianti" ( Sal 34,6); "Signore, chi ti guarda, risplende".
- E' immersione nel mistero che ci trascende e ci avvolge: "Veramente Tu sei un Dio misterioso, Dio di Israele, Salvatore" (Is 45,15).
- E' silenzioso ascolto di Colui che ci parla anche quando tace, che ci guida con la luce della fede e ci nutre con la sua Parola: "Sta in silenzio davanti a Dio e spera in Lui" (Sal 37,7).
- E' dimenticare il proprio "io" per contemplare il "Tu" di Dio: "Di Te ha sete l'anima mia … Nel santuario ti ho cercato per contemplare la tua potenza e la tua gloria" (Sal 63, 2.3).
- E' il cuore a cuore col Padre, con lo Sposo, con l'Amore: "Mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente per stabilirmi in Te immobile e tranquilla come se la mia anima fosse già nell'eternità" (Elisabetta della Trinità). Adorare significa amare da cascare in ginocchio. Adorare vuol dire restare come travolti dalla piena dei sentimenti che ti invadono l'anima:
- sorpresa nell'accorgerti che un Essere adorabile guardi a te e si prenda cura di te (cfr Sal 8);
- stupore davanti ai prodigi che Dio opera per offrirsi all'abbraccio amoroso della sua creatura;
- gratitudine perché da Lui così grande e noi così piccoli l'abisso sprofonda e Lui continuamente lo colma, rimanendo il sempre Altro e sempre oltre; Colui che trova la sua gloria nel parteciparci la sua vita;
- tenerezza che diventa contemplazione radiosa: "il tuo volto, Signore, io cerco" (Sal 26,8), "guardate a Lui e sarete raggianti" (Sal 33,6).
L'adorazione ci unisce a Cristo, il perfetto Adoratore del Padre; a Gesù, Sommo Sacerdote, che è il grande Interlocutore, l'Avvocato che perora appassionatamente la causa dell'uomo. Che sarebbe il mondo senza questo grande Avvocato? Noi, stando in adorazione, facciamo pressione sul suo Cuore, come Abramo, come Mosè, come gli amici del Signore. L'adorazione ci fa godere l'intimità del Maestro, ci fa gustare la gioia di stare con l'Amico, ci sottopone alle cure del Medico che sana ogni ferita, guarisce ogni malattia, risolve ogni problema: " Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11,28). Come il ferro immerso a lungo nel fuoco, diventa incandescente, così l'anima, abbracciata a lungo al suo Signore, viene trasformata dallo Spirito nell'immagine del Figlio, a cui il Padre l'ha predestinata ad essere conforme (2Cor 3,18; Rm 8,29). Lo Spirito di Gesù, durante l'adorazione, agisce misteriosamente nei fedeli illuminando, riscaldando, purificando: è luce all'intelletto, è fiamma ardente nel cuore e risana le nostre ferite col balsamo del suo amore. Durante quelle ore benedette di "cuore a cuore" avvengono i prodigi interiori più grandi: le tempeste si placano, il cuore si pacifica, si rischiara l'orizzonte; si riaccende il fervore, torna a risplendere la meta, riscopriamo con gioia di essere "amati da Dio" e "chiamati ad essere santi" (Rm 1,7). Nell'intimità adorante si accende il desiderio del cielo, si gusta la gioia della presenza ("gioia piena", "dolcezza senza fine"), si ha come un assaggio e un anticipo del Paradiso, ci si unisce agli angeli e ai vegliardi che "si inchinarono profondamente" con la faccia davanti al trono e adorarono Dio" (Ap. 7,11).
- E’ segno di amore restare a lungo prostrato davanti a Gesù presente nel’Eucaristia, “riparando con la nostra fede e il nostro amore le trascuratezze, le dimenticanze e persino gli oltraggi che il nostro Salvatore deve subire in tutte le parti del mondo” (Giov. Paolo II).
- E’ segno di amore nella agitazione e nella frenesia del vivere quotidiano, ritagliare mezz’ora di tempo per andare a visitare Gesù presente nel tabernacolo. Egli è lì per noi notte e giorno, e ci attende pazientemente, e ci accoglie amorevolmente, e sana le nostre ferite, e scioglie il gelo dei nostri cuori, e infervora le nostre menti.
- E’ segno di amore stare davanti a Lui meditando le Sacre Scritture, facendo lì qualche pausa di distensione psichica e di elevazione spirituale, facendo preghiera di espiazione e di intercessione per il mondo intero. Solo Cristo, conosciuto, contemplato e amato, è l’amico fedele: Egli non delude, non abbandona, anzi, si fa compagno di strada. Le sue parole riscaldano il cuore, i suoi esempi ci mostrano una logica alternativa a quella del mondo, i suoi precetti sono garanzia di pace e di pienezza.
I frutti dell'adorazione eucaristica. Sono molteplici:
- il tabernacolo diventa un polo di attrazione che ci rende sempre più innamorati di Lui, desiderosi di stare a lungo con Lui, di ascoltarne la voce e quasi di sentire i palpiti del suo cuore: " Gustate e vedete quanto è buono il Signore".
- Dal tabernacolo Gesù dispensa consolazione nell'afflizione, compagnia nella solitudine del cuore, sostegno nelle difficoltà del cammino, forza per una fedeltà sempre più piena.
- L'incontro con Gesù Eucaristia ci rende più liberi dai condizionamenti, più capaci di speranza e di pazienza, di discernimento nelle varie situazioni storiche.
- La sosta davanti al tabernacolo ci difende dalla tiepidezza, dall'imborghesimento dai rischi connessi con la secolarizzazione che tanto sta insidiando la Chiesa del nostro tempo.
- Non ultimo, attraverso questa particolare intimità con Gesù, cresce l'efficacia della nostra preghiera di intercessione per le vocazioni di speciale consacrazione, nascono e si moltiplicano le vocazioni sacerdotali e religiose.
- E questo non distoglie dall'impegno nella storia! Torniamo a pregare intensamente, ad adorare prolungatamente. Doniamo al Signore un po' del tempo che Egli stesso ci dona. Ritroviamo il gusto di stare rannicchiati ai suoi piedi e rifugiati nel suo Cuore. Tra tanto tempo spesso sciupato nell'evasione, diamo a Gesù - Signore del tempo - qualche ora che voglia essere ricca di senso e colma di grazia: l'adorazione.
- Lasciamoci accogliere da Lui, riposiamo in Lui. Lasciamoci amare e perdonare. Guardiamolo con occhi di fanciulli. Contempliamolo con cuore incantato.
- Quello dell'adorazione non è tempo sottratto al lavoro, al servizio. E' piuttosto un riqualificare il servizio, rimotivandolo e purificandolo da secondi fini, assumendolo con senso di responsabilità e compiendolo con generosa dedizione. Mosè, il grande condottiero, non trascurava il popolo tutte le volte che si ritirava a pregare; anzi, in quella sosta orante, ritemprava il suo spirito per un servizio generoso e per una straordinaria solidarietà col popolo. Era solidale col popolo perché solitario con Dio. Gesù non trascurava i discepoli e le folle tutte le volte che si ritirava in preghiera. Anzi, nella preghiera trovava la forza per accogliere il disegno del Padre e per dare la vita per la salvezza dell’uomo.
- Maria, modello e maestra di preghiera, vegli su questa sorta di “monastero invisibile” che abbraccia tutte le Diocesi di Sicilia, e ci ottenga il gusto dell’adorazione e la fedeltà nell’intercessione. Lei ci insegni l’arte di pregare e noi non ci stancheremo di invocarla “Madre di misericordia” “vita, dolcezza e speranza nostra”.
† Giuseppe Costanzo
- II DOMENICA DI PASQUA (Festa della Divina Misericordia)
“Accolgo la Misericordia di Dio accostandomi al Sacramento della Riconciliazione almeno mensilmente? O trascuro questo meraviglioso dono di Gesù? "
II DOMENICA DI PASQUA (Festa della Divina Misericordia)
1) Invoca lo Spirito Santo perché possa aprire il tuo cuore alla comprensione della Parola.
2) Leggi attentamente il brano del Vangelo
Dal Vangelo di Giovanni (20, 19-31)
“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.”
3) Rileggilo più volte per interiorizzare ogni Parola
4) Adesso fai silenzio perché Gesù possa parlare al tuo cuore.
5) Rifletti: E' la domenica di Tommaso e di una beatitudine che sentiamo nostra: Beati quelli che non hanno visto eppure credono! Siamo noi quelli di cui parla Gesù, noi che non abbiamo visto eppure continuiamo a radunarci nel suo nome, a distanza di millenni.
“mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli”
Due volte il Vangelo di oggi sottolinea il fatto che i discepoli si trovavano dietro delle porte chiuse. Queste porte erano chiuse alla speranza perché Gesù non lo aspettavano più e anche per un sentimento di colpevolezza. Erano pienamente coscienti del fatto che nel momento in cui Gesù aveva avuto bisogno di loro si erano dileguati, avevano avuto paura, lo stesso Pietro aveva rinnegato Gesù per tre volte. Quindi le porte chiuse esprimono la perdita della speranza, il senso di fallimento, il timore, la paura, la colpevolezza. Queste porte chiuse simboleggiano tutto quello che nella nostra relazione con Dio, può separarci da lui: il peccato, il nostro egoismo, la delusione nei confronti di Dio quando non è intervenuto nella nostra vita, non ha risposto alle nostre preghiere.
- Quanto spesso ci sentiamo separati da Dio? Quali sono le porte chiuse che io oppongo al Signore?
“Pace a voi” “Ricevete lo Spirito Santo” Sono due le cose che Gesù porta: la Pace e lo Spirito Santo che dà il potere di riconciliare. Gesù trasmette la sua forza: con lo Spirito di Dio voi farete le cose di Dio. E’ questa la missione della Chiesa perennemente assistita dallo Spirito Santo: portare a tutti il lieto annuncio, la gioiosa realtà dell’Amore misericordioso di Dio che riconcilia gli uomini a sé e tra di loro.
- Quanto io mi impegno in questa missione e invoco lo Spirito Santo perché mi dia la sua forza?
Gli altri mi riconoscono come una persona che porta pace? Accolgo la Misericordia di Dio accostandomi al Sacramento della Riconciliazione almeno mensilmente? O trascuro questo meraviglioso dono di Gesù?
«Mio Signore e mio Dio!» E’ dal profondo del cuore di Tommaso che esce la confessione di fede più alta di tutto il Nuovo Testamento. Tommaso senza toccare il corpo di Gesù, ma toccato da Lui, adesso sa che il Crocifisso è il dono infinito dell'Amore di Dio per il mondo.
Tommaso è la figura del discepolo di ogni tempo, che non ha scoperto la tomba vuota e non ha vissuto le apparizioni del Risorto, che mette in dubbio la parola annunciata ed esige le prove di convalida.
Se non vedo non credo! Eh si, chissà quante volte, magari senza troppo dirlo in giro, lo abbiamo pensato anche noi. Magari quando abbiamo pensato che in quella situazione ci avrebbe aiutato Dio...e invece nulla.
Gesù non si scandalizza dei miei dubbi, ma mi tende le sue mani. A Tommaso basta questo gesto. Non è scritto che abbia toccato. Perché Colui che ti tende la mano, che non ti giudica ma ti incoraggia, è Gesù. La fede non è propriamente un vedere per credere. Piuttosto è un Credere per Vedere. Non ti puoi sbagliare!
- Quanto assomiglio a Tommaso in rapporto alla mia fede?
6) Prega: Trasforma in propositi e in preghiera le riflessioni che lo Spirito ti ha suggerito.
Impegno: Facciamo nostre le parole di Tommaso e ripetiamo spesso durante la giornata e davanti a Gesù Eucaristia, con le labbra e con il cuore, questo bellissimo atto di fede: “Mio Signore e mio Dio”
Lascia il foglietto sulla scrivania perché gli altri possano utilizzarlo. Grazie.
- DOMENICA DI PASQUA
""La morte è stata sconfitta. Il Dio nudo, appeso, il Dio sconfitto e straziato, il Dio deposto sulla fredda pietra non è più qui, è risorto. Gesù è davvero vivo, risorto, presente per sempre".
riflessione settimanale di P. Tonino
DOMENICA DI PASQUA
1) Invoca lo Spirito Santo perché possa aprire il tuo cuore alla comprensione della Parola.
2) Leggi attentamente il brano del Vangelo
Dal Vangelo di Giovanni (20, 1-9)
“ Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”
3) Rileggilo più volte per interiorizzare ogni Parola
4) Adesso fai silenzio perché Gesù possa parlare al tuo cuore.
5) Rifletti: La morte è stata sconfitta. Il Dio nudo, appeso, il Dio sconfitto e straziato, il Dio deposto sulla fredda pietra non è più qui, è risorto. Gesù è davvero vivo, risorto, presente per sempre.
Il Maestro ora vuole il nostro sforzo. Vuole che la nostra fiducia nella vita non venga mai meno. Vuole che "vediamo" e "crediamo", come Giovanni. Vuole che facciamo lo sforzo di entrare in quella tomba vuota, di non accontentarci di ciò che vediamo dall'esterno, di vedere di persona che la vita continua. Ora tocca a noi: inizia il Tempo Pasquale, abbiamo gli Atti degli Apostoli da meditare e a cui ispirarci per la nostra preghiera e l’evangelizzazione, abbiamo lo Spirito Santo da ricevere, abbiamo la misericordia da annunciare. Abbiamo soprattutto una speranza nel cuore: il Signore è Risorto e vivo, per noi è davvero ancora tutto possibile. Non lasciamocelo più portare via. “Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo”…. “Correvano insieme tutti e due” La mattina di Pasqua è tutta una corsa. Maria corre; corrono i due discepoli, ma Giovanni corre più veloce di Pietro. È una corsa spaventata a causa di Maria che teme sia stato trafugato il corpo del Signore. Anche la corsa dei due, mostra che il solo obiettivo è la ricerca di chi sembra assente. Cosa li fa correre? L’amore verso il Signore. L'amore è guida sicura nella ricerca.
E io quanto sono disposto a correre, a donarmi, a testimoniare per amore del mio Signore? O, a volte, per ciò che riguarda il Regno di Dio mi ritrovo lento, apatico?
“Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette” Beh, dovremmo correggere: E non vide proprio nulla, perciò credette. Dunque, la fede nella presenza di Cristo è fondata sulla constatazione di un'assenza. Con la ragione non comprendiamo, ma l’amore e la fede aiutano il cuore ad aprirsi e a vedere. Scriveva S. Agostino: “Occorre credere per capire”, e S. Paolo: “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede” (1Cor 15,17)
Cosa vuol dire concretamente, per me, "credere in Gesù il Risorto"? Quali difficoltà incontro? La resurrezione riguarda solo Gesù o è veramente il fondamento della mia fede?
6) Prega: Trasforma in propositi e in preghiera le riflessioni che lo Spirito ti ha suggerito.
Ecco l'impegno e l'annuncio: ANDATE e TESTIMONIATE la FEDE: "Il Signore è risorto... è veramente risorto!
Lascia il foglietto sulla scrivania perché gli altri possano utilizzarlo. Grazie.
- Adorazione V Domenica Quaresima anno B
“Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.”
(Riflessione settimanale di P. Tonino)
V DOMENICA DI QUARESIMA
1) Invoca lo Spirito Santo perché possa aprire il tuo cuore alla comprensione della Parola.
2) Leggi attentamente il brano del Vangelo di domenica.
Dal Vangelo di Giovanni (12, 20-33)
“In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.”
3) Rileggilo più volte per interiorizzare ogni Parola
4) Adesso fai silenzio perché Gesù possa parlare al tuo cuore.
5) Rifletti: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Questa domanda, posta dai Greci a Filippo, oggi la vogliamo fare nostra. Vogliamo vedere Gesù significa volerlo conoscere attraverso la Parola di Dio con cui familiarizzare ogni giorno, vuol dire assumerne l'energia spirituale attraverso i sacramenti, vuol dire incontrarlo personalmente in chi vive con me e nel povero, nel migrante, nell'uomo senza lavoro e senza casa.
- Fino a che punto sono disposto a volere veramente vedere Gesù?
- Do tutto per scontato pensando di averlo già incontrato e questo mi basta?
- Hanno chiesto a Filippo perché hanno capito che era un discepolo di Gesù. Chi ti incontra lungo la tua giornata si accorge che tu sei Suo amico e ti domanda di Lui?
“Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.” Osserviamo un qualsiasi seme: nessun segno di vita. Caduto in terra, il seme muore alla sua forma ma rinasce in forma di germe: è la stessa cosa, non uno che si sacrifica per l'altro. Nel ciclo vitale come in quello spirituale «la vita non è tolta ma trasformata». L’accento di Gesù non è sulla morte, ma sulla vita! Ogni uomo e donna sono chicco di grano, seminato nella famiglia, nell'ambiente di lavoro, nella comunità è chiamato al molto frutto. Se sei generoso allora produci molto frutto.
- Quanto sono generoso di me, del mio tempo, dei miei doni, nei posti dove Dio mi ha seminato?
“E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. E’ la bellezza dell’amore che attrae!
Leggendo i vangeli si ha l'impressione che la croce disperde; anche i discepoli sono fuggiti, e invece, una volta innalzata e compresa, la croce riunisce perché ciascuno guarda nella stessa direzione. Il Cristo "innalzato" svela anche un capovolgimento: l'amore, che tante volte pare sconfitto come, appunto, sulla croce, è invece vittorioso, è l'unica forza che neppure la morte riesce a sconfiggere.
- Riesco ad innalzare sulla croce il mio “IO” per lasciare vivere in me DIO?
6) Prega: Trasforma in propositi e in preghiera le riflessioni che lo Spirito ti ha suggerito.
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- L’Eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita cristiana
750° Anniversario del Miracolo di Bolsena (1263) e della Festa del Corpus Domini (P. Raniero Cantalamessa)
P. Raniero Cantalamessa, ofmcap
L’EUCARISTIA,
FONTE E CULMINE DI TUTTA LA VITA CRISTIANA
750° Anniversario del Miracolo di Bolsena (1263)
e della Festa del Corpus Domini (1264)
ORVIETO 30 NOVEMBRE 2013
1. L’Eucaristia è per tutti e di tutti!
Conoscete meglio di me la ragione di questo giubileo eucaristico e i fatti che esso ricorda, cioè il 750° anniversario del miracolo eucaristico di Bolsena (1263) e l’istituzione della festa del Corpus Domini (1264), entrambi legati alla città di Orvieto e al suo Duomo. Vengo perciò subito al tema di questa conferenza: “L’Eucaristia fonte e culmine di tutta la vita cristiana”. L’espressione viene dal concilio. La costituzione Lumen gentium del Vaticano II, parlando del “sacerdozio comune” di tutti i fedeli, scrive:
“I fedeli, in virtù del regale loro sacerdozio, concorrono all’oblazione dell’Eucaristia...Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e culmine di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la Vittima divina e se stessi con Essa; così tutti, sia con la oblazione che con la santa comunione, compiono la propria parte nell’azione liturgica, non però ugualmente, ma chi in un modo e chi in un altro” .
L’Eucaristia è dunque l’atto di tutto il popolo di Dio, non solo nel senso passivo, che ridonda a beneficio di tutti, ma anche attivamente, nel senso che è compiuto con la partecipazione di tutti. Nessuno vi è solo spettatore, tutti ne sono attori, anche se con ruoli diversi. Il fondamento biblico più chiaro di questa dottrina è Romani 12, 1:
“Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente santo e gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale” .
Commentando queste parole di Paolo, S. Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna nel V secolo, diceva:
“L’Apostolo vede così innalzati tutti gli uomini alla dignità sacerdotale per offrire i propri corpi come sacrificio vivente. O immensa dignità del sacerdozio cristiano! L’uomo è divenuto vittima e sacerdote per se stesso. Non cerca più fuori di sé ciò che deve immolare a Dio, ma porta con sé e in sé ciò che sacrifica a Dio per sé... Fratelli, questo sacrificio è modellato su quello di Cristo...Sii dunque, o uomo, sii sacrifico e sacerdote di Dio” .
Questo sacerdozio regale non separa tra loro preti e laici, ma piuttosto li accomuna. Anche i sacerdoti ordinati infatti partecipano di esso in quanto battezzati e cristiani; su di esso si innesta il loro sacerdozio ministeriale. La dottrina del sacerdozio comune, rettamente intesa, lungi dall’opporre nella Chiesa, preti e laici e lungi dall’apparire una pericolosa “rivendicazione” della base, unisce i due ordini e i due stati con il vincolo più profondo che ci sia.
Proviamo a riconsiderare l’Eucaristia alla luce di questa verità del sacerdozio universale di tutti i battezzati, che il concilio Vaticano II ha riportato in piena luce dopo l’eclisse dovuta alle polemiche con i riformatori protestanti. Forse ci permetterà di cogliere qualcosa di nuovo del mistero. E’ la caratteristica delle verità e dei misteri del cristianesimo di riattivarsi a vicenda, di reagire l’uno sull’altro. Una maggiore luce gettata su uno si trasforma in maggiore luce per tutti gli altri.
2. “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo”
Compiuta l'istituzione dell'Eucaristia, Gesù disse: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19). Con queste parole egli non intendeva dire soltanto: Fate esattamente i gesti che ho fatto io, ripetete il rito che io ho compiuto; intendeva dire anche: fate la sostanza di ciò che ho fatto io; offrite anche voi il vostro corpo in sacrificio, come vedete che ho fatto io! E’ appunto questo invito che S. Paolo intendeva raccogliere quando esortava i cristiani “a offrire i loro corpi in sacrificio vivente e santo”.
Con lo stesso invito all’imitazione si conclude la lavanda dei piedi che nel Quarto Vangelo, tiene il posto dell’istituzione dell’Eucaristia: “Io vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13, 15). Commentando le parole di Giovanni: “Egli ha dato la vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3, 16), S. Agostino dice che, con esse, “il beato apostolo ha chiaramente voluto spiegare a noi il mistero della cena” 3.
Dopo aver spezzato il pane e mentre lo dava ai suoi discepoli, Gesù disse: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo che è dato per voi” (Mt 26, 26; Lc 22, 19). Voglio dire, a questo proposito, la mia piccola esperienza, come, cioè, sono giunto a scoprire che anche queste parole devono essere fatte nostre; come sono giunto, insomma, a scoprire la portata ecclesiale e personale della consacrazione eucaristica.
Quando fui ordinato sacerdote io (era naturalmente prima del concilio) la Messa veniva celebrata rivolti verso l’abside, in latino. Alla consacrazione, le rubriche invitavano a chinare il capo sulle specie, ad abbassare la voce, a estraniarsi da tutto e da tutti (io ero solito chiudere anche gli occhi), per immedesimarsi con il Gesù che, nel cenacolo, prima di morire, pronunciava quelle parole: “Prendete, mangiate...”.
Poi venne la riforma liturgica, la Messa cominciò a essere celebrata rivolti al popolo, in italiano. Alla consacrazione le rubriche non dicono più di abbassare la voce e il capo, ma di pronunciare a voce normale le parole della consacrazione. Tutto questo mi ha aiutato a capire che quel mio vecchio modo di vivere la consacrazione, da solo, non esprimeva tutta la mia partecipazione in essa. Quel Gesù del cenacolo non esiste più! Esiste ormai il Gesù risorto: il Gesù, per essere esatti, che era morto, ma ora vive per sempre (cf. Ap 1, 18). Ma questo Gesù è il “Cristo totale”, Capo e corpo inscindibilmente uniti. Dunque, se è questo Cristo totale che pronuncia le parole della consacrazione, anch'io le pronuncio con lui. Dentro l’”Io” grande del Capo, c'è nascosto il piccolo “io” del corpo che è la Chiesa. C'è anche il mio piccolissimo “io” e anch'esso dice a chi gli sta davanti: “Prendete, mangiate; questo è il mio corpo dato per voi!”.
Da quel giorno, non chiudo più gli occhi al momento della consacrazione, ma guardo i fratelli che ho davanti, o, se celebro da solo, penso a coloro che devo incontrare nella giornata e ai quali devo dedicare il mio tempo, o penso addirittura a tutta la Chiesa e, rivolto ad essi, dico mentalmente tra me: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo” (“mio”, di me!). Mentre, come sacerdote ordinato, intendo, con quelle parole, consacrare il corpo e il sangue reali di Cristo, come semplice cristiano intendo anche consacrare me stesso con lui.
Dobbiamo chiarire una cosa. Può un laico, uomo o donna che sia, al momento della consacrazione, unirsi al celebrante e fare sue, anche lui, quelle parole di Gesù? Una cosa è certa: anche il laico è chiamato, in quel momento, a offrirsi con Cristo! E’ il momento per eccellenza in cui egli esercita il suo sacerdozio regale. Può farlo usando le stesse parole usate da Cristo: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo”? Penso che nulla si opponga a ciò. Non facciamo la stessa cosa quando, per esprimere il nostro abbandono alla volontà di Dio, usiamo le parole di Gesù sulla croce: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”, o quando, nelle nostre prove, ripetiamo: “Passi da me questo calice”, o altre parole del Salvatore?
Il fedele laico deve solo sapere una cosa: che queste parole dette da lui non hanno il potere di rendere presente il corpo e il sangue di Cristo sull’altare. Egli non agisce, in questo momento, in persona Christi; non rappresenta Cristo, come fa il sacerdote ordinato, ma solo si unisce a Cristo. Perciò, non dirà le parole della consacrazione a voce alta, come il sacerdote, ma in silenzio, nel proprio cuore. Dentro questi limiti, è bello fare proprie le parole di Cristo. Usare le stesse parole, ci aiuta ad avere anche “gli stessi sentimenti” di Gesù.
In seguito è venuto sant'Agostino a togliermi ogni dubbio e a farmi vedere come tutto questo appartiene alla più “sana” tradizione. Nel De civitate Dei, egli scrive:
“Tutta la città redenta, cioè l'assemblea comunitaria dei santi viene offerta a Dio come sacrificio universale per la mediazione del sacerdote grande che nella passione offrì se stesso per noi nella forma di servo, perché fossimo il corpo di un Capo così grande. La Chiesa celebra questo mistero nel sacramento dell'altare ben noto ai fedeli; in esso viene mostrato che in ciò che offre, è essa stessa che si offre (in ea re quam offert, ipsa offertur)” 4.
Questa è la dottrina ripresa nel testo del Vaticano II citato all’inizio. La istruzione della S. congregazione dei riti, Eucharisticum mysterium, la spiega così:
“La celebrazione eucaristica che si compie nella Messa è azione non solo del Cristo, ma anche della Chiesa...La Chiesa, sposa e ministra di Cristo, adempiendo con lui all’ufficio di sacerdote e vittima, lo offre al Padre e, insieme, offre tutta se stessa con lui” 5.
Tutto, dunque, è limpido e teologicamente sicuro in questa visione della consacrazione. Ci sono due corpi di Cristo sull'altare: c'è il suo corpo reale (il corpo “nato da Maria Vergine”, morto, risorto e asceso al cielo) e c'è il suo corpo mistico che è la Chiesa. Ebbene, sull'altare è presente realmente il suo corpo reale ed è presente misticamente il suo corpo mistico, dove “misticamente” significa: in forza della sua inscindibile unione con il Capo.
Poiché ci sono due offerte e due corpi da consacrare, ecco che ci sono anche due epiclesi nella Messa, cioè due invocazioni dello Spirito Santo. Nella prima si dice: “Ora ti preghiamo umilmente: manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo”; nella seconda, che si recita dopo la consacrazione, si dice: “Dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Egli (lo Spirito) faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito”. Lo stesso Spirito che trasforma il pane nel corpo reale di Cristo, fa della Chiesa “un sacrifico vivente a Dio gradito”.
3. L’Eucaristia invade la vita
Ora possiamo tirare le conseguenze pratiche di questa dottrina per la nostra vita quotidiana. Se nella consacrazione siamo anche noi che, rivolti ai fratelli, diciamo: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo”, dobbiamo sapere cosa significa la parola “corpo”, per sapere ciò che offriamo.
La parola “corpo” non indica, nella Bibbia, una componente, o una parte, dell'uomo che, unita alle altre componenti che sono l'anima e lo spirito, forma l'uomo completo. Così ragioniamo noi che siamo eredi della cultura greca che pensava, appunto, l'uomo a tre stadi: corpo, anima e spirito (tricotomismo).
Nel linguaggio biblico, e quindi in quello di Gesù e di Paolo, “corpo” indica tutto l'uomo, in quanto vive la sua vita in un corpo, in una condizione corporea e mortale. Giovanni al posto della parola “corpo”, usa la parola “carne” (“Se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo...”) ed è chiaro che questa parola, non ha, nel capitolo sesto del Vangelo, un significato diverso da quello del capitolo primo. “Il Verbo si è fatto carne”, significa si è fatto uomo mortale. “Corpo” indica, dunque, tutta la vita. Gesù, istituendo l'Eucaristia, ci ha lasciato in dono tutta la sua vita, dal primo istante dell'incarnazione all'ultimo momento, con tutto ciò che concretamente aveva riempito tale vita: silenzio, sudori, fatiche, preghiera, lotte, gioie, umiliazioni...
Ora veniamo a noi: cosa offriamo noi, offrendo il nostro corpo, insieme con Gesù, nella Messa? Con la parola “corpo”, doniamo tutto ciò che costituisce concretamente la vita che conduciamo in questo corpo: tempo, salute, energie, capacità, affetto, magari solo un sorriso, che solo uno spirito che vive in un corpo può fare e che è, a volte, una cosa così preziosa.
Proviamo a immaginare cosa avverrebbe se celebrassimo con questa partecipazione personale la Messa, se dicessimo veramente tutti, al momento della consacrazione, il celebrante ad alta voce e gli altri silenziosamente, secondo il ministero di ognuno: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo.. Una mamma di famiglia celebra così la sua Messa, poi va a casa e comincia la sua giornata fatta di mille piccole cose. La sua vita è letteralmente sbriciolata; apparentemente non lascia traccia alcuna nella storia. Ma non è cosa da niente quello che fa: è un'eucaristia insieme con Gesù!
Un sacerdote, un parroco e un vescovo, celebra così la sua Messa, poi va: prega, predica, confessa, studia, riceve gente, visita malati, ascolta; anche la sua giornata è eucaristia. Imita il buon Pastore, perché realmente dà “la vita” per le sue pecorelle. Un maestro di spirito francese, le P Olivaint, diceva: “Il mattino (a suo tempo la Messa si celebrava solo di mattina), io sacerdote, Lui vittima; lungo il giorno, lui sacerdote, io vittima”.
Una suora dice anche lei, nel suo cuore, al momento della consacrazione: “Prendete, mangiate...”; poi va al suo lavoro giornaliero: bambini, malati, anziani. L’Eucaristia “invade” la sua giornata che diventa come un prolungamento dell’Eucaristia.
Ma vorrei soffermarmi in particolare su due categorie di persone: i lavoratori e i giovani. Il pane eucaristico viene presentato a Dio nell’Offertorio come “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Esso perciò ha qualcosa di importante da dire sul lavoro umano, e non solo su quello agricolo. Nel processo che porta dal chicco seminato in terra al pane sulla mensa, interviene l’industria con le sue macchine, il commercio, i trasporti e un’infinità di altre attività. Tutto il lavoro umano.
L’Eucaristia ricapitola e unifica ogni cosa. Riconcilia tra loro materia e spirito, natura e grazia, sacro e profano. Alla luce dell’Eucaristia non ha più senso la contrapposizione tra mondo laico e mondo cattolico che tanto impoverisce la nostra cultura, rendendola “di parte”. L’Eucaristia è il più sacro e, nello stesso tempo, il più laico dei sacramenti.
Essa non è solo dei credenti, è di tutti. “Il pane che io darò -ha detto Gesù- è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 51).
Secondo la visione marxista, il lavoro, così com’è organizzato nelle società capitalistiche, aliena l’uomo. Il lavoratore mette nel prodotto che esce dalle sue mani il suo sudore, un po’ della sua stessa vita. Vendendo quel prodotto, è come se il padrone vendesse lui. Bisogna dunque ribellarsi...A un certo livello, questa analisi può anche essere vera, non discuto, ma l’Eucaristica ci dà la possibilità di rompere questo cerchio.
Insegniamo al lavoratore cristiano a dire anche lui, nel suo cuore, al momento della consacrazione: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo offerto per voi”; facciamogli capire che, se offerto a Dio nell’Eucaristia per il bene della famiglia e il progresso della società, il suo sudore non finirà nel prodotto che fabbrica, ma sull’altare con quel pane che, direttamente o indirettamente, ha contribuito a produrre. Il lavoro allora non sarà più alienante, ma santificante. Anche la sua giornata lavorativa è illuminata dall’Eucaristia.
E i giovani? Che cosa ha da dire l’Eucaristia ai giovani? Basta che pensiamo una cosa: cosa vuole il mondo dai giovani e dalle ragazze, oggi? Il corpo, nient’altro che il corpo! Ma non il corpo nel senso biblico di persona, ma nel senso moderno della sola componente fisica della persona, quanto non è ridotto a puro e semplice sex appeal.
Il corpo, per la cultura moderna, è essenzialmente uno strumento di piacere e di sfruttamento. Qualcosa da vendere, da spremere finché è giovane e attraente, e poi da buttare via, insieme con la persona, quando non serve più a questi scopi. Specialmente il corpo della donna è divenuto una merce di consumo. Pensiamo all’uso che se ne fa nel mondo dello spettacolo, nella pornografia, in certa pubblicità, nei giornali, riviste, televisione. È un messaggio micidiale che viene martellato nella mente dei giovani: “Tu vali, quanto vale il tuo corpo, e nulla più. Non serve per aver successo nella vita la preparazione seria, lo studio, la conoscenza delle lingue. Basta trovarsi davanti alla telecamera giusta, nel modo giusto”
Insegniamo ai giovani e alle ragazze cristiane a dire, al momento della consacrazione: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo, offerto per voi”. Il corpo viene così consacrato, diventa cosa sacra, non si può più “dare in pasto” alla concupiscenza propria ed altrui, non si può più vendere, perché si è donato. E’ diventato eucaristia con Cristo.
L’apostolo Paolo scriveva ai primi cristiani: “Il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore...Glorificate dunque Dio con il vostro corpo (1 Cor 6, 13.20). E spiegava subito i due modi in cui si può glorificare Dio con il proprio corpo: o con il matrimonio o con la verginità, a secondo del carisma e della vocazione di ognuno (cf. 1 Cor 7, 1 ss.). Glorifica Dio con il proprio corpo il religioso e la vergine che lo consacrano a un amore indiviso per Cristo, a servizio dei fratelli; glorifica Dio con il proprio corpo chi si sposa, facendo di esso un dono d’amore per la gioia del coniuge e per la trasmissione della vita. Se il matrimonio consiste essenzialmente nel farsi dono per l’altro, allora è 6chiaro che l’Eucaristia è la migliore preparazione al matrimonio ed è anche ciò che può rinnovarlo e ridonargli vita ogni giorno.
Ma il “corpo” non è solo sessualità. Dire : “Questo è il mio corpo”, significa, per un giovane, dire anche: questa è la mia giovinezza, la mia voglia di vivere, il mio entusiasmo, la mia allegria, la mia speranza: tutte cose di cui voglio fare un dono anche per voi! Un giovane o una ragazza con questi sentimenti eucaristici nel cuore può rischiarare un’intera parrocchia, una aggregazione ecclesiale ed è un faro di luce soprattutto per gli anziani che hanno bisogno di sentire intorno a sé queste cose, più che l’aria stessa che respirano
4. “Prendete, bevete: questo è il mio sangue”
Vi sarete accorti che finora ho parlato solo del corpo di Cristo e ho taciuto del suo sangue che pure è parte integrante del sacramento. È perché ad esso intento dedicare un’attenzione particolare. Mi spinge a farlo l’evento di cui Orvieto celebra il 750 anniversario: il miracolo eucaristico di Bolsena, nel quale il sangue di Cristo ebbe un ruolo determinante. Sono infatti le gocce di sangue sgorgate dall’ostia che rendono sacro e prezioso il corporale che si conserva nel vostro Duomo costruito l’anno successivo al miracolo, proprio per accogliere tale preziosa reliquia. Lo ricorda il monumentale calice sormontato dall’ostia che avete voluto innalzare al centro della vostra città per questa occasione e anche il simbolo del Pellicano inserito nel loro di questo centenario..
Dopo aver offerto il suo corpo Gesú aggiunse: “Prendete, bevete: questo è il mio sangue”. Cosa ci dona con la parola “sangue”, se, come abbiamo visto, tutta la sua vita era già contenuta nella parola corpo? Aggiunge la morte! Il termine “sangue” nella Bibbia non indica, infatti, come per noi oggi, un semplice organo del corpo, e quindi una parte di una parte dell'uomo. Indica un evento: la morte. Se il sangue è la sede della vita (così si pensava allora), il suo “versamento” è il segno plastico della morte. Dire che l'Eucaristia è il mistero del corpo e del sangue del Signore, significa dire che è il mistero della vita e della morte del Signore!
Ma perché fare di un evento così triste, come è la morte, un sacramento, cioè un segno di salvezza? Perché evocare, nel momento più sacro della vita della Chiesa, il segno per eccellenza della violenza e della sofferenza che è il sangue? Perché parlare della Messa come di un “sacrificio”, se la vita umana, specie di questi tempi, è piena già per conto suo di tanti sacrifici? È di vitale importanza, come si vede, capire la natura del sacrificio di Cristo e il significato eucaristico del sangue.
La Lettera agli Ebrei spiega in che consiste la novità e l’unicità del sacrificio di Cristo, non solo rispetto ai sacrifici dell’antica alleanza, ma rispetto a ogni prassi sacrificale anche fuori della Bibbia.
“Cristo, sommo sacerdote dei beni futuri […] è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna. Infatti, se il sangue di capri, di tori e la cenere di una giovenca sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano, in modo da procurar la purezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì se stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!” (Eb 9, 11-14).
La novità consiste in questo. Ogni altro sacerdote offre qualcosa fuori di sé, Cristo ha offerto se stesso; ogni altro sacerdote offre delle vittime, Cristo si è offerto vittima! Sant’Agostino ha racchiuso in una formula celebre questo nuovo genere di sacrificio in cui sacerdote e vittima sono la stessa cosa: “Ideo sacerdos, quia sacrificium”: sacerdote perché vittima”6.
Nel 1972 un noto pensatore francese, René Girard, lanciava la tesi secondo cui “la violenza è il cuore e l’anima segreta del sacro” 7. All’origine infatti e al centro di ogni religione c’è il sacrificio, il rito del capro espiatorio che comporta sempre distruzione e morte. Il giornale “Le Monde” salutava tale affermazione, dicendo che essa faceva di quell’anno “un anno da segnare con asterisco negli annali dell’umanità”, cioè come un progresso importante del pensiero umano.
Già prima però di questa data, quello studioso si era riavvicinato al cristianesimo e nella Pasqua del 1959 aveva reso pubblica la sua “conversione”, dichiarandosi credente e tornando alla Chiesa. Questo gli permise di non fermarsi, negli studi successivi, all’analisi del meccanismo della violenza, ma di additare anche come uscire da esso. Molti, purtroppo, continuano a citare René Girard come colui che ha denunciato l’alleanza tra il sacro e la violenza, ma non fanno parola del Girard che ha additato nel mistero pasquale di Cristo la rottura totale e definitiva di tale alleanza.
Secondo lui, Gesù smaschera e spezza il meccanismo che sacralizza la violenza, facendo di se stesso il volontario “capro espiatorio” dell’umanità, la vittima innocente di tutta la violenza. Cristo non è venuto con sangue altrui, ma con il proprio. Non ha messo i propri peccati sulle spalle degli altri –uomini o animali -; ha messo i peccati degli altri sulle proprie spalle: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1 Pt 2, 24). Non è più l’uomo che offre sacrifici a Dio, ma Dio che si “sacrifica” per l’uomo, consegnando alla morte per lui il suo Figlio unigenito (cf. Gv 3,16). Il sacrificio non serve più a “placare” la divinità, ma piuttosto a placare l’uomo e farlo desistere dalla sua ostilità nei confronti di Dio e del prossimo.
Si può, allora, continuare a parlare di sacrificio, a proposito della morte di Cristo e quindi della Messa? Per molto tempo lo studioso citato ha rifiutato questo concetto, ritenendolo troppo segnato dall’idea di violenza, ma poi ha finito per ammetterne la possibilità con tutta la tradizione cristiana, a patto di vedere, in quello di Cristo, un genere nuovo di sacrificio, e di vedere in questo cambiamento di significato “il fatto centrale nella storia religiosa dell’umanità”.
5. L’Eucaristia, sacramento della non-violenza
Visto in questa luce, il sacrificio di Cristo contiene un messaggio formidabile per il mondo d’oggi. Grida al mondo che la violenza è un residuo arcaico, una regressione a stadi primitivi e superati della storia umana e - quando si tratta di credenti – è un ritardo colpevole e scandaloso nella presa di coscienza del salto di qualità operato da Cristo.
Ricorda anche che la violenza è perdente. In quasi tutti i miti antichi la vittima è lo sconfitto e il carnefice il vincitore8. Gesù ha cambiato segno alla vittoria. Ha inaugurato un nuovo genere di vittoria che non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima. “Victor quia victima!”, vincitore perché vittima, così Agostino definisce il Gesù della croce.
Il valore moderno della difesa delle vittime, dei deboli e della vita minacciata è nato sul terreno del cristianesimo, è un frutto tardivo della rivoluzione operata da Cristo. Ne abbiamo la controprova. Appena si abbandona la visione cristiana per riportare in vita quella pagana, si smarrisce questa conquista e si torna ad esaltare, come faceva Nietzsche, “il forte, il potente, fino al suo punto più eccelso, il superuomo”, e si definisce quella cristiana “una morale da schiavi”, frutto del risentimento impotente dei deboli contro i forti. È quello che è sotto gli occhi di tutti e che papa Francesco denuncia con insolito vigore nella sua recente esortazione Evangelii gaudium come la causa della scandalosa situazione sociale del mondo, dove i ricchi –i forti – diventano sempre ricchi e i poveri –i deboli – diventano sempre più poveri.
Purtroppo, la stessa cultura odierna che condanna la violenza, per altro verso, la favorisce e la esalta. Ci si straccia le vesti di fronte a certi fatti di sangue, ma non ci si accorge che si prepara ad essi il terreno con quello che si reclamizza nella pagina accanto dello stesso giornale o nel palinsesto successivo della stessa rete televisiva. Il gusto con cui si indugia nella descrizione della violenza e la gara a chi è il primo e il più crudo nel descriverla non fanno che favorirla. Il risultato non è una catarsi del male, ma un incitamento ad esso. È inquietante che la violenza e il sangue siano diventati uno degli ingredienti di maggior richiamo nei film e nei videogiochi, che si sia attirati da essa e ci si diverta a guardarla.
Lo stesso studioso ricordato sopra, René Girard, ha messo a nudo la matrice da cui prende avvio il meccanismo della violenza: il mimetismo, quella connaturata inclinazione umana a considerare desiderabile le cose che desiderano gli altri e, quindi, a ripetere le cose che vedono fare gli altri. La psicologia del “branco” è quella che porta alla scelta del “capro espiatorio” per trovare, nella lotta contro un nemico comune - in genere, l’elemento più debole, il diverso -, una propria artificiale e momentanea coesione.
Ne abbiamo un esempio nella ricorrente violenza dei giovani allo stadio, nel bullismo delle scuole e in certe manifestazioni di piazza che lasciano dietro di sé distruzione e macerie. Una generazione di giovani che ha avuto il rarissimo privilegio di non conoscere una vera guerra e di non essere stati mai richiamati sotto le armi, si diverte (perché si tratta di un gioco, anche se stupido e a volte tragico) a inventare delle piccole guerre, spinti dallo stesso istinto che muoveva l’orda primordiale.
Ma c’è una violenza ancora più grave e diffusa di quella dei giovani negli stadi e nelle piazze.. Parlo della violenza sulle donne. Questa è una occasione per far comprendere alle persone e alle istituzioni che lottano contro di essa che Cristo è il loro migliore alleato.
Ma c’è una violenza ancora più grave e diffusa di quella dei giovani negli stadi e nelle piazze.. Parlo della violenza sulle donne. Questa è una occasione per far comprendere alle persone e alle istituzioni che lottano contro di essa che Cristo è il loro migliore alleato.
Si tratta di una violenza tanto più grave in quanto si svolge spesso al riparo delle mura domestiche, all’insaputa di tutti, quando addirittura essa non viene giustificata con pregiudizi pseudo-religiosi e culturali. Le vittime si ritrovano disperatamente sole e indifese. Solo oggi, grazie al sostegno e all’incoraggiamento di tante associazioni e istituzioni, alcune trovano la forza di uscire allo scoperto e denunciare i colpevoli.
Molta di questa violenza è a sfondo sessuale. È il maschio che crede di dimostrare la sua virilità infierendo contro la donna, senza rendersi conto che sta dimostrando solo la sua insicurezza e vigliaccheria. Anche nei confronti della donna che ha sbagliato, che contrasto tra l’agire di Cristo e quello ancora in atto in certi ambienti! Il fanatismo invoca la lapidazione; Cristo, agli uomini che gli hanno presentato un’adultera, risponde: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra con di lei” (Gv 8, 7). L’adulterio è un peccato che si commette sempre in due, ma per il quale uno solo è stato sempre (e, in alcune parti del mondo, è tuttora) punito.
La violenza contro la donna non è mai così odiosa come quando si annida là dove dovrebbe regnare il reciproco rispetto e l’amore, nel rapporto tra marito e moglie. È vero che la violenza non è sempre e tutta da una parte sola, che si può essere violenti anche con la lingua, non solo con le mani, ma nessuno può negare che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima è la donna. Oggi si è coniato un nuovo termine per questo delitto, il femminicidio.
Ci sono famiglie dove ancora l’uomo si ritiene autorizzato ad alzare la voce e le mani sulle donne di casa. Moglie e figli vivono a volte sotto la costante minaccia dell’”ira di papà”. A questi tali bisognerebbe dire amabilmente: “Cari colleghi uomini, creandoci maschi, Dio non ha inteso darci il diritto di arrabbiarci e pestare i pugni sul tavolo per ogni minima cosa. La parola rivolta a Eva dopo la colpa: “Egli (l’uomo) ti dominerà” (Gen 3,16), era una amara previsione, non una autorizzazione.
Giovanni Paolo II ha inaugurato la pratica delle richieste di perdono per torti collettivi. Una di esse, tra le più giuste e necessarie, è il perdono che una metà dell’umanità deve chiedere all’altra metà, gli uomini alle donne. Essa non deve rimanere generica e astratta. Deve portare, specie chi si professa cristiano, a concreti gesti di conversione, a parole di scusa e di riconciliazione all’interno delle famiglie e della società.
6. Il vino rallegra il cuore dell’uomo
Questo che ho evocato non è il solo motivo che ci spinge a valorizzare di più il significato del sangue nel sacramento dell’Eucaristia. C’è un altro motivo, questa volta, non triste, ma gioioso. Partiamo, come bisogna fare sempre quando si tratta dei sacramenti, dal segno. Perché Gesù ha voluto nascondere il suo sangue proprio nel segno del vino? Che cosa rappresenta il vino per gli uomini? Rappresenta la gioia, la festa; non rappresenta tanto l’utile (come il pane), quanto il dilettevole. Un salmo dice che “il vino allieta il cuore dell’uomo e il pane sostiene il suo vigore” (Sal 104,15). Il vino rappresenta, nella vita, la poesia e il colore; è come la danza rispetto al semplice
Se Gesù avesse scelto per l’Eucaristia pane e acqua, avrebbe inculcato solo la santificazione della sofferenza (“pane e acqua” sono infatti sinonimo di digiuno, di austerità e di penitenza). Scegliendo pane e vino, ha voluto rendere possibile anche la santificazione della gioia. Gesù moltiplicò i pani per soddisfare la fame della gente, ma a Cana non “moltiplicò” il vino per soddisfare la sete della gente (c’erano ben sei giare di acqua a disposizione!), ma per la gioia e la festa dei commensali.
Ma come è possibile che lo stesso segno rappresenti, in quanto sangue, la sofferenza e la morte e, in quanto vino, la gioia? Non si escludono a vicenda queste due cose? No, se pensiamo al sacrificio fatto per amore, come fu quello di Cristo 10. Il vino, che la Bibbia chiama spesso “il sangue dell’uva”, ricorda il misterioso rapporto che esiste, nell’esperienza umana, tra amore e sacrificio. “Non si vive in amore senza dolore”11. Quanti sacrifici comporta per dei giovani sposi l’arrivo del primo bambino, ma anche quanta gioia! Il vino eucaristico rappresenta la gioia che viene dal sacrificio! Il cristianesimo non ha mai esaltato il sacrificio per se stesso, ma il sacrificio per amore, il “dare la vita per i propri amici” (cf. Gv 15,13).
L’Eucaristia rivela così, ancora una volta, la sua straordinaria presa sulla vita. La costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo del Vaticano II inizia dicendo:
“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” 12.
Nulla -possiamo aggiungere- vi è di genuinamente umano che non trovi un’eco nell’Eucaristia! In essa viene raccolto e presentato a Dio, nello stesso tempo, tutto il dolore e tutta la gioia dell’umanità.
Noi uomini troviamo naturalissimo rivolgerci a Dio nel dolore; molti anzi non si rivolgono a lui, se non quando sono visitati da qualche disgrazia e hanno bisogno di lui. Le gioie invece preferiamo godercele da soli, di nascosto, quasi all’insaputa di Dio. (Dovesse pensare che ormai abbiamo avuto la nostra parte di felicità e siamo pronti per tornare al dolore!). Quando riceviamo qualche gioia nella vita ci comportiamo, a volte, come il cane che ha ricevuto un osso dal suo padrone e subito gli volta le spalle e va a goderselo in disparte, per paura che glielo portino via. Eppure come sarebbe bello se imparassimo a vivere anche le gioie della vita, eucaristicamente, cioè con rendimento di grazie a Dio!
L’Eucaristia non è dunque solo sacrificio, è anche festa, banchetto, sacro convito (Sacrum convivium)! Gesù l’ha istituita come tale. Essa è il “banchetto messianico” annunciato, con splendore di immagini, dai profeti:
“Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25, 6).
Solo tenendo insieme queste due idee, del sacrificio e del banchetto, l’Eucaristia esprime la natura della vita cristiana che non è tutta e solo sacrificio, mortificazione, rinuncia, ma anche gioia, festa, poesia, canto, vita piena. Si sa la reazione che una accentuazione unilaterale dell’aspetto di mortificazione e di sacrificio ha provocato in larghi strati della cultura moderna. Nietzsche chiamava i cristiani “i tisici dell’anima che non hanno finito di nascere, che già cominciano a morire e aspirano alle dottrine della fatica e della rassegnazione” 13. E’ un errore madornale, ma sta a noi non favorirlo e, se necessario, sfatarlo, partendo proprio dall’Eucaristia.
Ci aiuta, in questo compito, il nostro papa Francesco con quel meraviglioso documento che ha donato alla Chiesa nella festa di Cristo Re e che si intitola “Evangelii gaudium”, “La gioia del Vangelo”. Sì, il vangelo di Cristo è notizia di gioia, e l’Eucaristia ne deve essere il memoriale e la proclamazione quotidiana, fino alla fine del mondo.
- Domenica delle Palme
“non ritenne un privilegio l’essere come Dio, diventando simile agli uomini.”
riflessione settimanale di P. Tonino
DOMENICA DELLE PALME
1) Invoca lo Spirito Santo perché possa aprire il tuo cuore alla comprensione della Parola.
2) Leggi attentamente il brano della Seconda Lettura di domenica.
Dalla lettera di S. Paolo Apostolo ai Filippesi (2, 6-11)
“Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.”
3) Rileggilo più volte per interiorizzare ogni Parola
4) Adesso fai silenzio perché Gesù possa parlare al tuo cuore.
5) Rifletti: Iniziamo oggi la settimana detta per eccellenza "Santa", in cui rivivremo gli ultimi giorni della vita di Gesù. Inizia come una festa, con quei rami di ulivo e di palme agitati davanti al Nazareno che entra in città cavalcando un asino e la gente lo acclama: Osanna! Poi la liturgia cambia: dall'esultanza festosa fino alla morte dolorosa sul Calvario. Meditiamo davanti a Gesù Eucaristia la Seconda Lettura, l’Inno cristologico con cui San Paolo propone ai cristiani di Filippi l’umile atteggiamento di Gesù come esempio del loro comportamento per superare le prove e vincere le persecuzioni.
“non ritenne un privilegio l’essere come Dio, diventando simile agli uomini.” Gesù è l'opposto del primo uomo. Adamo, creato a immagine di Dio, aveva preteso farsi uguale a Dio tentando di rubare la condizione divina. Gesù, al contrario, pur avendo la condizione divina, non ne è geloso, ma la vive come dono, nell'abbassamento del suo farsi uomo al livello più basso di servo. Gesù ha scelto di vivere nell'umiltà, nella povertà e nel servizio, e il suo chinarsi è, fino alla morte umiliante sulla croce, la morte di un malfattore.
- Ho sperimentato, come Gesù, nella mia vita l’umiliazione, momenti bui di sconforto, come ho reagito?
- Affronto le difficoltà della vita schiacciato dalla morte del Venerdì Santo o con la speranza della Resurrezione?
“Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”. La risposta di Dio non si fa aspettare. Tanto più Gesù si umilia tanto più Dio lo esalta dandogli un nome illustre, una dignità incomparabile.
- Quante volte nelle prove ho pensato: Dio non mi ascolta, mi ha abbandonato o perfino… Dio non esiste?
“ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!»
” Proclamare questa frase a quel tempo era pericoloso… Si rischiava la vita a causa delle persecuzioni.
- Da dove, chi ti sta accanto nelle tue giornate, si accorge che Gesù è il Signore della tua vita?
- Dove pensi che devi migliorare perché gli altri lo vedano?
6) Prega: Trasforma in propositi e in preghiera le riflessioni che lo Spirito ti ha suggerito.
Suggerimento di Papa Francesco: In questa settimana ci farà bene prendere il crocifisso in mano e baciarlo tanto e dire: Grazie Gesù, grazie Signore. Così sia.
Lascia il foglietto sulla scrivania perché gli altri possano utilizzarlo. Grazie
MIRACOLI EUCARISTICI
Miracolo Eucaristico a TORINO nel 1453
Nella Basilica del Corpus Domini a Torino, si trova una cancellata in ferro che racchiude il luogo dove si verificò il primo Miracolo Eucaristico avvenuto a Torino nel 1453. Un’iscrizione sul pavimento all’interno della cancellata descrive il Prodigio: «Qui cadde prostrato il giumento che trasportava il Corpo divino - qui la Sacra Ostia liberatasi dal sacco che l’imprigionava, si levò da se stessa in alto - qui clemente discese nelle mani supplici dei Torinesi - qui dunque il luogo fatto santo dal Prodigio - ricordandolo, pregando genuflesso ti sia in venerazione o ti incuta timore (6 giugno 1453)».
Nell'alta Val Susa, presso Exilles, le truppe di Renato d’Angiò si scontrarono con le milizie del duca Lodovico di Savoia. Qui i soldati si abbandonarono al saccheggio del paese ed alcuni entrarono in chiesa. Uno di loro, forzò la porticina del tabernacolo e rubò l’ostensorio con l’Ostia consacrata. Avvolse tutta la refurtiva in un sacco e a dorso di mulo, si diresse verso la città di Torino. Sulla piazza maggiore, presso la chiesa di S. Silvestro, ora dello Spirito Santo, sul luogo dove in seguito fa eretta la chiesa del Corpus Domini, il giumento incespicò e cadde. Ecco allora aprirsi il sacco e l’ostensorio con l’Ostia consacrata elevarsi al di sopra delle case circostanti tra lo stupore della gente. Tra i presenti c’era anche Don Bartolomeo Coccolo, il quale corse a dar notizia al Vescovo, Lodovico dei marchesi di Romagnano. Il Vescovo, accompagnato da un corteo di popolo e di clero, si portò in piazza, si prostrò in adorazione e pregò con le parole dei discepoli di Emmaus: «Resta con noi, Signore». Nel frattempo si era verificato un nuovo prodigio: l’ostensorio era caduto a terra, lasciando libera e splendente, come un secondo sole, l’Ostia consacrata. Il Vescovo che teneva in mano un calice, lo alzò verso l’alto e lentamente l’Ostia consacrata cominciò a ridiscendere, posandosi dentro il calice. La devozione per il Miracolo Eucaristico del 1453 fu subito assunta dalla Città che promosse dapprima la costruzione di un’edicola sul luogo del Prodigio, ben presto sostituita dalla chiesa dedicata al Corpus Domini. Ma l’espressione più significativa è costituita dalle feste organizzate in occasione dei centenari e dei cinquantenari (del 1653, 1703, 1753, 1853 e - in parte - 1803). Molti sono i documenti che descrivono il Miracolo: i più antichi sono i tre Atti Capitolari del 1454, 1455, e 1456 e alcuni scritti coevi del Comune di Torino. Nel 1853 il Beato Papa Pio IX celebrò solennemente il quarto centenario del Miracolo, cerimonia a cui parteciparono anche San Giovanni Bosco e Don Rua. Pio IX in quest’occasione inoltre approvò l’Ufficio e la Messa propri del Miracolo per l’arcidiocesi di Torino. Nel 1928 Pio XI elevò la Chiesa del Corpus Domini alla dignità di Basilica Minore. L’Ostia del Miracolo fu conservata fino al XVI secolo, finché la Santa Sede non ordinò di consumarla «per non obbligare Dio a fare eterno Miracolo col mantenere sempre incorrotte, come si mantennero, quelle stesse eucaristiche specie».
Ecco allora aprirsi il sacco e l’ostensorio con l’Ostia consacrata elevarsi al di sopra delle case circostanti tra lo stupore della gente...
Miracoli Eucaristici a FIRENZE nel 1230 e nel 1595
Nella chiesa di Sant’Ambrogio a Firenze, sono custodite le Reliquie di due Prodigi Eucaristici avvenuti nel 1230 e nel 1595. Nel Miracolo del 1230, un prete lasciò nel calice alcune gocce di vino consacrato. Il giorno seguente, tornando a celebrare la Messa nella stessa chiesa trovò dentro al calice delle gocce di sangue vivo rappreso ed incarnato. Il sangue fu subito raccolto in un’ampolla di cristallo. L’altro Miracolo Eucaristico avvenne il Venerdì Santo dell’anno 1595, quando, scoppiato un furioso incendio nella chiesa, restarono prodigiosamente intatte alcune Particole consacrate.
1230
Il primo Miracolo si verificò il 30 dicembre del 1230. Un sacerdote di nome Uguccione, terminata la Messa, non si accorse che alcune gocce di vino consacrato erano rimaste nel calice e si erano tramutate in Sangue. Lo storico Giovanni Villani fa un’accurata descrizione del Miracolo: «Il dì appresso, prendendo nuovamente il detto calice vi trovò dentro vivo sangue rappreso […] e ciò fu manifesto a tutte le donne di quel monastero e a tutti i vicini che vi furono presenti e al Vescovo e a tutto il chiericato e poi si palesò a tutti i Fiorentini, i quali, con grande devozione, vi si radunarono intorno per vedere e presero il sangue del calice e lo misero in un’ampolla di cristallo che ancora si mostra al popolo con grande riverenza». Il Vescovo Ardingo da Pavia ordinò di portare la Reliquia in Vescovado, e dopo poche settimane la restituì alle Suore del Monastero che la custodirono presso la chiesa di Sant’Ambrogio. Papa Bonifacio IX, nel 1399, concesse la stessa indulgenza della Porziuncola ai fedeli che avessero visitato la chiesa di Sant’Ambrogio e avessero contribuito ad adornare la Reliquia del Miracolo. Nel 1980 è stato celebrato il 750° anniversario del Prodigio. La Reliquia del Miracolo (alcune gocce di Sangue che misurano circa un centimetro quadrato) si conserva in un prezioso Ostensorio, collocato all’interno di un Tabernacolo in marmo bianco costruito da Mimo da Fiesole.
1595
Il Venerdì Santo del 1595 una candela, accesa sull’altare della cappella laterale, detta del Sepolcro, cadde a terra e la incendiò. La gente accorse subito per domare il fuoco e si riuscì a salvare il Santissimo Sacramento e il calice. Nel trambusto generale, dalla pisside che conteneva alcune Ostie consacrate, caddero sei Particole sul tappeto incandescente che nonostante il fuoco, furono ritrovate intatte ed unite tra loro. Nel 1628 l’Arcivescovo di Firenze, Marzio Medici, dopo averle esaminate, le trovò incorrotte e le fece dunque riporre in un prezioso reliquario. Ogni anno, durante le Quarantore che si celebrano a maggio, le due Reliquie vengono esposte insieme in un reliquario contenente anche un’Ostia consacrata per la pubblica adorazione.
Miracolo Eucaristico di Rimini
Nella città di Rimini, ancora oggi è possibile visitare la chiesa eretta in onore del Miracolo Eucaristico operato da Sant’Antonio da Padova nel 1227. Questo episodio è citato anche nella Begninitas, opera considerata tra le fonti più antiche sulla vita di Sant’Antonio. «Questo Sant’uomo discuteva con un eretico cataro che era contro il Sacramento dell’Eucaristia e il Santo l’aveva quasi condotto alla Fede Cattolica. Ma questo eretico, dopo i vari e numerosi argomenti dichiarò: “Se tu, Antonio, riesci con un prodigio a dimostrarmi che nella Comunione vi è realmente il Corpo di Cristo, allora io, dopo aver abiurato totalmente l’eresia, mi convertirò subito alla Fede Cattolica”. “Perché non facciamo una sfida? Terrò rinchiusa per tre giorni una delle mie bestie e le farò sentire i tormenti della fame. Dopo tre giorni la porterò fuori in pubblico e mostrerò ad essa il cibo preparato.
Tu starai di fronte con quello che ritieni sia il Corpo di Cristo. Se la bestia, trascurando il foraggio, si affretta ad adorare il suo Dio, io condividerò la fede della tua Chiesa”». Sant’Antonio, illuminato e ispirato dall’alto, accettò la sfida. L’appuntamento fu fissato in Piazza Grande (l’attuale piazza Tre Martiri), richiamando una immensa folla di curiosi. Il giorno fissato, all’ora convenuta, i protagonisti della inconsueta sfida fecero la loro apparizione sulla piazza, seguiti dai loro simpatizzanti. Sant’Antonio dai fedeli cattolici, Bonovillo (questo era il nome dell’eretico cataro) dai suoi alleati nella miscredenza. II Santo si presentò tenendo tra le mani l’Ostia consacrata chiusa nell’Ostensorio, l’eretico tenendo per mano la mula affamata. II Santo dei Miracoli,
dopo aver chiesto ed ottenuto il silenzio, si rivolse alla mula con queste parole: «In virtù e in nome del tuo Creatore, che io per quanto ne sia indegno, tengo nelle mie mani, ti dico e ti ordino: avanza prontamente e rendi omaggio al Signore con il rispetto dovuto, affinché i malvagi e gli eretici comprendano che tutte le creature devono umiliarsi dinanzi al loro Creatore che i sacerdoti tengono nelle mani sull’altare». E subito l’animale, rifiutando il nutrimento del padrone, si avvicinò docile verso il religioso: piegò le zampe anteriori davanti all’Ostia e vi sostò in modo reverente. Antonio non si era ingannato nel giudicare la lealtà del suo avversario che si gettò ai suoi piedi e abiurò pubblicamente i suoi errori, divenendo da quel giorno uno dei più zelanti cooperatori del Santo taumaturgo.
Miracolo Eucaristico a Lanciano nel 750
Siamo nel 750 circa, un monaco basiliano dubitava se nell' Ostia consacrata vi fosse il vero corpo di Cristo e se nel vino vi fosse il suo vero Sangue. Tuttavia, non avendo abbandonato la buona abitudine di pregare, chiedeva costantemente a Dio di eliminare quella piaga che gli avvelenava l' anima. Quindi, una mattina, mentre stava celebrando la Santa Messa, ancora immerso nel suo errore vide il pane trasformato in Carne e il vino in Sangue. Atterrito e confuso, dopo esser rimasto per un lungo tempo come rapito in estasi, con viso felice, seppure bagnato di lacrime, chiamando i presenti a vedere, disse: "Per confondere la mia incredulità, benedetto Dio ha voluto svelarsi in questo Santissimo Sacramento e rendersi visibile ai vostri occhi". Il miracolo è ancora visibile.